Suggestioni americane di Bruce Springsteen

di Dalila Giglio

Recatevi in un negozio di dischi, se ancora ve ne sono nei luoghi in cui abitate, o in un centro commerciale al cui interno vi sia un ipermercato nel quale ancora si trovano cd in vendita, o, se proprio non riuscite a farne a meno, andate sui siti specializzati e acquistate, senza indugio, Western Stars, l’ultimo album di Bruce Frederick Springsteen.

Poi correte a casa, tirate giù le tapparelle, se necessario, abbandonate lo smartphone, dopo esservi sincerati di averlo silenziato o spento, distendetevi sul divano o sul letto, inserite il cd nello stereo o nel lettore cd (non ditemi che ormai ascoltate la musica solo su You Tube o su Spotify), chiudete gli occhi, sgomberate la mente da ogni pensiero e…godetevi la voce del “Boss.

Se seguirete attentamente le mie istruzioni, vi troverete a vivere un’esperienza estremamente intima e coinvolgente, che va ben oltre l’attento e rilassato ascolto di un disco: in alcuni frangenti vi sembrerà di trovarvi in un piccolo teatro di Brodway, ad ascoltare Bruce cantare accompagnato da un’orchestra, in altri avrete la sensazione di essere in uno di quei locali americani in cui si beve whiskey e si balla musica country suonata dal vivo, in altri ancora vi immaginerete a percorrere, in auto, quelle infinite strade dritte americane, con la voce di Springsteen a fare da sottofondo musicale, o intenti ad ammirare un tramonto di quelli che si vedono solo in certe lande, desolate, del continente americano.

Un viaggio dentro l’America come la vede Bruce, con le sue tipicità, i suoi stereotipi, le sue storture, lontana dall’immagine patinata e cinematografica che quasi tutti ne abbiamo.

Dimenticatevi il rock e le sonorità della E Street Band perché, nell’ultima fatica del Boss, non troverete niente di tutto ciò: a farla da padrona, nei tredici brani che la compongono, sono solo voce e orchestra.

Western Stars è qualcosa di completamente diverso da quello a cui Springsteen ha abituato i suoi fan negli anni, ma non per questo di meno interessante o peggio riuscito: è un disco leggiadro, melodico -capace di colpire fin dal primo ascolto-, legato da un unico fil rouge che sembra essere il desiderio del cantante di svelarci il suo lato più nascosto, quello intimista, del quale spesso ha raccontato nelle interviste e che più raramente è emerso nella sua musica. Uno “scrigno ricco di gioielli”, insomma, come lo stesso Bruce lo ha definito.

Cinquantuno minuti di poesia in musica, che arrivano dritti al cuore e all’anima.

“There goes my miracle”: l’ennesimo miracolo musicale di uomo capace, a settant’anni suonati, di posizionarsi in cima alle classifiche di vendita mondiali.

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