La sete di antifascismo

Matteo Salvini e Marine Le Pen, tra i vincitori delle ultime elezioni europee

di Dalila Giglio

Gli ultimi fatti di rilievo accaduti in ordine temporale nel momento in cui scrivo -la professoressa sospesa per non aver vigilato sui suoi giovani alunni, rei di aver realizzato un video nel quale accostano le leggi razziali al Decreto Sicurezza, la presa di posizione della Chiesa, che si smarca dalle politiche e dal linguaggio del Ministro dell’Interno, non propriamente in linea con la dottrina cristiana, e lo invita a non appropriarsi dei suoi valori strumentalizzandoli a fini politici, il giornalista di una nota testata malmenato dai poliziotti durante una carica nel corso di una manifestazione, il trionfo elettorale della Lega alle Europee-, non lascerebbero spazio a dubbi: mala tempora currunt, si profilano tempi bui, anzi, “neri”, all’orizzonte.

Bisogna scongiurare il peggio…e allora giù con contestazioni dimostrative di massa –dai post di disapprovazione su Facebook ai cori che intonano Bella Ciao, passando per gli striscioni polemici appesi ai balconi, i lanci di garofani e i presidi di solidarietà- atte a contrastare le espressioni e gli atti politici che sembrano presentare alcuni dei tratti costituitivi dell’ideologia rigettata dalla Carta Costituzionale.

Il popolo sovrano sembra essersi risvegliato, di colpo, dal torpore che lo attanagliava da anni e aver ripreso a riassaporare il gusto di partecipare alla vita collettiva e alla costruzione del bene comune.

Eppure…eppure, sebbene sia assolutamente convinta della necessità d’impedire, facendo ricorso a qualsiasi condotta atta a prevenire e a contrastare un’indesiderata deriva illiberale, che comportamenti antidemocratici e ispirati dal timore del diverso si diffondano a macchia d’olio e prendano il sopravvento, esponendoci al rischio del ritorno -seppure in forme parzialmente differenti- di un male che non doveva mai più accadere, queste iniziative non mi convincono del tutto.

Ho l’impressione che esse celino, al loro interno, una “fame di antifascismo” a tutti i costi che, messo da parte il furore per la passione politica ritrovata, non trova ragione di essere, a meno di non confondere il fascismo con il rinnovato imbarbarimento a cui sembra essere soggetta la nostra società da qualche tempo a questa parte.

Non bisogna necessariamente essere fascisti per essere xenofobi, razzisti, omofobi, nazionalisti, autoritari e populisti: questo ce lo insegna la Storia, la quale c’insegna anche che l’humus nel quale si sviluppò il fascismo è assai diverso da quello in cui oggi si sviluppano i partiti e i movimenti sovranisti. Il che, chiaramente, non significa che tra questi e l’ideologia fascista non vi siano delle affinità.

Diciamo che, forse, dal punto di vista storico e politico, parlare di fascismo vero e proprio non ha senso. E tantomeno ha senso sproloquiarne in Rete, dove, se ci si fa caso, appaiono tutti progressisti, pro migranti, pro omosessuali, tutori della legalità e sensibili alla questione ambientale.

Il fascismo è una cosa che va ben oltre i post sui social e per combattere la quale non è certamente sufficiente un hashtag polemico o un inno partigiano cantato con i pugni chiusi alzati.

Più fatti e meno proclami, insomma, se è davvero il ritorno del fascismo che si teme, altrimenti si finisce un po’ col somigliare a quello che a parole si dice di voler combattere.

Tenendo bene a mente che, in una società individualista come quella in cui viviamo, dominata dall’immagine, dall’apparenza e dall’edonismo, c’è il rischio che anche le proteste apparentemente animate dai più nobili fini, rechino con loro l’inconfessabile desiderio di apparire e di essere protagonisti.

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