Europa: ultima fermata?

di Giacomo Giglio

Europa oggi cosa significa per la maggioranza dei cittadini che ne fanno parte? A svelarcelo è stato un sondaggio condotto dal quotidiano inglese The Guardian: 2 europei su 3 pensano che l’Unione Europea sia un’ “unione disuguale“, dove ci sono “troppi problemi irrisolti” e “il lavoro manca”.

Quando parliamo genericamente di crisi dell’Europa, dovremmo quindi concentrarci maggiormente su tre aspetti: il lato economico, quello culturale, quello politico. Sul lato economico, l’Unione Europea è in ripresa da anni, ma in verità i livelli occupazionali in numerosi Paesi non sono mai tornati ai livelli pre-crisi. Persino in Germania, locomotiva del Continente, gli affitti in numerose città hanno raggiunto livelli insostenibili e la precarietà tocca livelli preoccupanti tra i giovani. Inutile dire che nel Sud e nell’Est Europa la situazione sia molto peggiore.

Le profonde differenze economiche e di benessere tra Nord e Sud Europa – tra un danese e un greco, per semplificare – ci dicono della prima linea di faglia che “spezzetta” l’Ue. La seconda faglia, invece, è di carattere culturale, ovvero fa riferimento al muro che si è creato tra Ovest ed Est Europa.

I paesi dell’Est – indicati sui media con la dizione “Visegrad” (dal nome della città ungherese sul Danubio in cui Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria hanno firmato un patto di reciproca assistenza) – hanno una visione difensiva dell’Europa: in particolare, politici come Viktor Orban (il presidente ungherese) propongono un’Europa fortificata ove non ci sia spazio per la cosiddetta “invasione musulmana”, sfruttando paure ataviche che coinvolgono ampie fasce di elettorato anche nell’Ovest.

Tuttavia, l’Ovest Europa – il nucleo centrale, formato da Germania e Francia – è ancorato ai valori liberali dell’integrazione e dell’accoglienza, pur in un contesto ove l’immigrazione è sempre più vista come una minaccia. I paesi giovani dell’Est Europa, insomma, sfidano Macron e Merkel a casa loro, e sperano di poter vincere nelle urne, tramite (ad esempio) un’affermazione sonora di Marine Le Pen in Francia. In mezzo a questa disfida, alcuni Paesi storici dell’Ue – tra cui Italia e Austria – stanno sulla riva del fiume ad aspettare, in attesa di potersi riposizionare quando le urne saranno chiuse.

Arriviamo, quindi, infine, alla terza linea di faglia, forse quella più estesa: il dissidio politico tra i membri dell’Ue. Nessuno sa quale sarà il destino dell’Ue tra soli 10 anni: diventerà davvero una federazione simil-Usa? rimarrà più o meno come ora? diventerà solo un accordo di libero scambio con qualche “plus”?

Domande senza risposta, perchè il progetto europeo appare ormai senza nocchiere, in balìa degli eventi: leadership usurate, visioni sfocate, vertici inutili e retorica “europeista” sembrano ormai averne fiaccato ogni sprint.

Non ci sarà da stupirsi, quindi, se molti cittadini domani diserteranno le urne o voteranno all’ultimo, guidati dal puro istinto.

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