Quando “fascista” diventa una parola senza significato

25 aprile: perchè banalizzare il fascismo non aiuta a combatterlo.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Già durante la campagna per le politiche del marzo 2018, ma soprattutto dall’insediamento del governo Conte in poi, nel dibattito politico-mediatico italiano è invalsa l’abitudine di fare riferimento all’esperienza storica del fascismo per qualificare problemi attuali o rischi possibili, come se oggi ci fossero così tante somiglianze con il passato da trovarci di fronte al pericolo concreto di un suo ritorno.

In realtà l’uso di parole come fascista e fascismo, di solito riferite a comportamenti o dichiarazioni di esponenti della Lega – soprattutto di Matteo Salvini – ma anche di altri partiti del centrodestra e persino del M5S, nella maggior parte dei casi non proviene da nessun approfondimento storico, ma nasce da accostamenti superficiali e vaghi o dalla semplice intenzione di liquidare in modo sprezzante quel certo comportamento o quella certa dichiarazione. Ce l’hai con Salvini e vuoi dirlo in modo tanto duro quanto sintetico? Gli dai del fascista. Vuoi esprimere la tua contrarietà a qualcosa che ha detto o fatto qualche esponente della Lega, di Fratelli d’Italia o del M5S? Lo bolli come chiara manifestazione contemporanea di fascismo e non devi aggiungere altro.

E se qualcuno obietta che il fascismo è un fenomeno del passato e che le circostanze storiche, economiche e sociali oggi sono troppo diverse per azzardare la similitudine, immediatamente è sospettato di fascismo inconsapevole o latente o di connivenza con le nuove forme di fascismo contemporaneo, se non addirittura di codardianell’incapacità di esprimere una posizione esplicita e netta contro di esse.

Tutto ciò non accade solo in Italia, ma anche in altri Paesi europei e negli Stati Uniti, dall’elezione di Donald Trump in poi. In Italia, però, l’abitudine di riferirsi al fascismo storico (e persino al nazismo, ultimamente) per qualificare fenomeni contemporanei ha raggiunto un’intensità polemica particolare, quasi ossessiva: talk show, approfondimenti sulla stampa quotidiana e periodica, inchieste giornalistiche volte a costruire ponti fra i diversi fascismi di oggi e quelli del passato. Persino l’editoria sta cavalcando il fenomeno, sfornando instant book sull’argomento.

Il risultato è quella che definirei una vera e propria inflazione di parole riferite al campo semantico del fascismo. Come ogni inflazione, anche questa produce un deprezzamento, e cioè, nel nostro caso, un progressivo svuotamento semantico: già prive di profondità storico-critica, le parole riferite al campo semantico del fascismo, a furia di essere ripetute, finiscono per perdere significato. Se non per tutti, sicuramente per le persone meno colte e meno informate.

Quel che è peggio, parole come “fascismo” e “fascista” rischiano di perdere anche la forza spregiativa che vi associa chi le usa per criticare l’avversario. Un po’ come accade nell’uso insistente del turpiloquio: quanto più una parolaccia è ripetuta, nella vita privata come sul lavoro, negli ambiti informali come in quelli istituzionalizzati, tanto più non solo si svuota del suo significato originario, ma suona legittima, dicibile, e perciò meno volgare e insultante. La parolaccia abusata e ripetuta, insomma, finisce per entrare anche negli ambienti in cui un tempo era inammissibile, e ben presto diventa un vezzo, un modo esprimersi alla moda, una tendenza.

Il rischio, allora, non è solo assistere alla normalizzazione del discorso sul fascismo, ma alla sua valorizzazione positiva. Pensiamo ad esempio a cosa è accaduto negli ultimi anni alla parola “populista”: all’inizio si dava del populista all’avversario politico, e l’aggettivo serviva a denigrarlo, a qualificarlo come esponente di una politica inferiore, perché rivolta alla pancia degli elettori, al basso ventre delle loro emozioni più irrazionali, e non alla loro intelligenza. Un po’ alla volta poi – fateci caso – si è cominciato a parlare dei “partiti populisti” in modo descrittivo e neutro, per identificarne alcuni di formazione più recente e distinguerli da quelli più tradizionali. Infine, molti leader politici – Matteo Salvini e Luigi Di Maio, per dirne due, ma anche Marine Le Pen in Francia – hanno cominciato a rivendicare una sorta di orgoglio populista, sintentizzabile nella frase: se populista vuol dire stare dalla parte del popolo, rivendico con orgoglio di esserlo.

Vogliamo assistere al passaggio dalla normalizzazione del fascismo alla valorizzazione dell’orgoglio fascista, così come è accaduto all’orgoglio populista? Eppure, basterebbe poco per evitarlo. Un’assunzione di responsabilità, un impegno di maggiore consapevolezza da parte dei media mainstream, innanzitutto: invece di battere sempre lo stesso campo semantico per cavalcare l’onda, basterebbe anche solo spostare l’attenzione e variare il lessico. Perché ad esempio ripetere “fascista, fascista, fascista” per bollare comportamenti che sono banalmente violenti, arroganti, incivili, rozzi, schifosi?

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