Il cielo mortale

di Dalila Giglio

Pare che il regista svedese Ingmar Bergman, passato a miglior vita nel 2007, non volesse morire in una giornata di sole: non sappiamo se il suo desiderio sia stato esaudito, ma sappiamo, di per certo, che una simile volizione sarebbe stata ben più ardua da soddisfare una dozzina di anni dopo il suo trapasso, in questo presente in cui il sole sembra essere diventato l’unico punto fermo di un’esistenza per il resto fatta di precarietà.

Il sole, la stella infuocata che rende possibile la vita sul nostro pianeta, quella che non manca mai nei disegni dei bambini, da qualche anno a questa parte, e mai come in questi ultimi mesi, è diventato, per gli abitanti dell’Italia Nord Occidentale, un compagno fisso delle loro giornate. Pressoché ininterrottamente dal mese di novembre, infatti (ad eccezione di tre/quattro giorni), splende sulle terre padane, un tempo grigie, piovose, nevose, fredde e umide, regalando cieli limpidi, temperature miti, alberi in fiore e prati inspiegabilmente verdi a coloro che le popolano.

Giornate primaverili o quasi, ideali per fare lunghe passeggiate in bicicletta, prendere un gelato, concedersi una gita fuori porta.

“Che meraviglia!”, “che fortuna!”, “il Paradiso in Terra”, direte voi, a mio modo di vedere fortunati, che ancora siete alle prese con il maltempo e le temperature rigide: che incubo, dico io.

Che incubo, alzarsi ogni benedetta mattina, tirar su le tapparelle ed essere investiti dai raggi solari; che incubo, vedere il termometro che segna 20 gradi a febbraio ed essere sferzati da un violento vento, caldo o freddo a giorni alterni; che incubo, passare continuativamente da 7 a 17 gradi da un giorno -soleggiato- all’altro.

E che dolore al cuore, vedere le montagne innevate ormai solo più in cima, i laghi e i fiumi a secco, le strade piene di polvere.

Per non parlare della nostalgia della pioggia, del rumore delle gocce d’acqua che s’infrangono sul manto stradale, del suo profumo, dell’umidità tra i capelli, del piacere di chiudersi in casa a guardarla cadere dalle finestre.

Eppure…eppure molte persone sembrano contente di questo bel tempo perenne, di questa eterna estate, di questo mortale cielo sereno. Non sembrano rendersi conto che il mondo per come lo conosciamo è già finito da un pezzo, che di questo passo la vita sulla Terra finirà ben prima dei 12 anni stimati dagli studiosi, e che, a brevissimo, si troveranno a rimirare laghi, fiumi e torrenti completamente prosciugati, a dover razionare qual poco di acqua che sarà rimasta, ad avere difficoltà a reperire frutta e verdura.

Accolgo con crescente sgomento i commenti entusiastici dei più sulle infinite belle giornate di sole che “vedrete, pagheremo a caro prezzo più avanti, quando inizierà a piovere”, apparentemente ciechi di fronte allo sfacelo ambientale impudentemente generato dalla sconsiderata mano umana, e mi convinco che sì, ci meritiamo l’estinzione delle specie: ci meritiamo di morire in una giornata di sole.

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