Massimiliano Allegri: allenatore del decennio

Fonte: Gazzetta

Un allenatore, oltre che sulla bellezza e sull’efficacia del gioco che fa praticare alla sue squadre, si misura sulla quantità di punti che riesce a mettere in cassaforte. È, insomma, l’antica legge del risultato a governare il giudizio. E Massimiliano Allegri, nell’ultimo decennio, in questa specialità non ha rivali. Manca ancora un anno per completare la decade,ma lui se ne sta lassù, ormai irraggiungibile. Dal 2010 a oggi, e lo testimoniano i cinque scudetti conquistati (uno con il Milan e quattro con la Juve), nessuno ha fatto meglio di lui. Spesso si leggono critiche sul gioco della sua Juve, si dice che dovrebbe essere più spettacolare, dovrebbe forse divertire di più la gente, ma la verità è che lui, con saggezza emano ferma, sempre supportato dai dirigenti e dalla proprietà, ha disegnato una squadra che, per il campionato italiano, è semplicemente perfetta.

Gli manca l’ultimo gradino, probabilmente il più difficile da scalare: farla diventare una regina anche in Europa.Quando avrà compiuto questo passaggio, allora sì che potrà dirsi soddisfatto e,magari, regalarsi un periodo di riposo. Molti sosterranno: per forza che Allegri è l’allenatore del decennio, sta sulla panchina della squadra più forte, come potrebbe essere diversamente? La logica, per quanto sia una scienza tanto esatta quanto spietata, non si adatta al mondo del calcio:quante volte squadre ritenute fortissime non raggiungono i risultati che tutti avevano pronosticato? E quante volte allenatori considerati alla stregua di santoni non riescono a esprimere le loro potenzialità, magari vittime di un ambiente che non ne capisce i metodi e le strategie? La storia del pallone è piena di questi esempi. Allegri rappresenta, invece, la vittoria del buon senso. Vince con il Milan e poi non solo non riesce a ripetersi, ma Berlusconi e Galliani decidono di esonerarlo. Lui non si scompone, non rinnega metodi e filosofia di allenamento e di gioco, equando Antonio Conte sbatte la porta si trova sulla panchina della Juve. Mica semplice: i bianconeri hanno già vinto tre scudetti consecutivi, c’è il rischio che abbiano la pancia piena. Allegri comincia a lavorare tra mille difficoltà e, lentamente, giorno dopo giorno, vittoria dopo vittoria, si conquista la fiducia della Torino bianconera. Non impone il suo stile, cerca di adeguarlo a quello dell’ambiente che lo accoglie, e questa è la sua qualità più importante. Quando vince, il merito lo dà sempre ai giocatori. Quando perde, se ne assume tutta la responsabilità, lasciando i suoi ragazzi al riparo dalle critiche. Dice spesso: “L’allenatore più bravo è quello che fa meno danni”. Nell’ultimo decennio, classifica alla mano, lui ne ha fatti pochissimi. Il secondo della graduatoria, Stefano Pioli, sta circa 300 punti sotto e il distacco segna quello che si potrebbe definire uno status sociale dei tecnici: Allegri è il re, gli altri per il momento non sono che cortigiani che cercano di imparare l’arte.

Scorrere la graduatoria dei migliori allenatori, decennio dopo decennio, è come ripercorrere la storia del calcio italiano dall’istituzione del campionato a girone unico (1929-30) a oggi. Se Allegri domina questa decade, la precedente è stata segnata da Carlo Ancelotti che con il Milan ha vinto tutto. E prima ancora, nell’ultimo decennio del secolo scorso, l’onore è toccato a Marcello Lippi, condottiero della Juve che ha ricevuto il testimone da un altro inquilino della panchina bianconera: Giovanni Trapattoni. Gli Anni 80 sono stati tutti del Trap, prima il record con la Juve e poi con l’Inter.E la squadra che lui ha pazientemente costruito a Torino, pedina dopo pedina, giocatore dopo giocatore, è quella che, trasportata quasi in blocco in maglia azzurra, ha regalato all’Italia la gioia del Mundial ’82. Bearzot trionfa, nell’estate spagnola, perché il Trap, durante l’autunno e l’inverno, ha seminato bene. Il nome di Nils Liedholm figura in testa negli Anni 70,quando il Barone, dopo aver mostrato l’arte del calcio da raffinato centrocampista quale era, si sistema in panchina e comincia a insegnare. È lui a imporre la zona, è lui a lanciare un ponte tra passato e futuro. È anche grazie alla sua filosofia di gioco che l’Italia esce dall’oscurantismo del catenaccio. Prima del Barone, invece, a dominare la scena sono il Mago e il Paròn, negli Anni 60. Milano vince in Italia e in Europa, scudetti, Coppe dei Campioni e Coppe Intercontinentali. Inter e Milan sono stelle mondiali. Loro, Helenio Herrera e Nereo Rocco, si divertono e divertono il pubblico con battute e atteggiamenti da navigati protagonisti del palcoscenico. Il calcio, in quel tempo di splendore per l’Italiache vive il miracolo economico, è puro teatro, oltre che bellezza di gesti. Negli Anni 50, invece, a prendersi la scena è Gipo Viani che, nel mondo del pallone, ha fatto un po’ tutto: allenatore, talent-scout, dirigente, direttore sportivo. Difesa e contropiede è stato il suo motto, e non è un caso che, sotto la sua protezione, sia cresciuto Rocco. Se negli anni Quaranta, drammaticamente attraversati dalla Seconda guerra mondiale, l’allenatore che ha conquistato più punti è stato Tony Cargnelli, austriaco con passaporto italiano, nei Trenta il migliore è risultato l’ungherese Arpad Weisz, l’uomo che, prima di morire nel lager di Auschwitz perché ebreo, ha scoperto il giovane Giuseppe Meazza e ha costruito il grande Bologna, “la squadra che tremare il mondo fa”.

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