Decadance musicale

di Dalila Giglio

Sarà che sto invecchiando, ma la nuova musica italiana, quella che passano in radio le principali emittenti da qualche tempo a questa parte e che si appresta a essere “sdoganata” al prossimo Festival della Canzone Italiana, tanto per intenderci, mi sembra proprio brutta.

Ahimè, non mi viene in mente nessun altro aggettivo tanto calzante quanto quello appena utilizzato, di certo brutale e non ricercato, per definire il neonato genere musicale che si sta facendo strada nel nostro paese, un tempo patria del “bel canto”.

Il panorama musicale non mi è mai apparso tanto desolante quanto in questo 2018: con l’avvento della trap in salsa italiana, credo si sia toccato il fondo. E dire che si pensava di averlo toccato già nei primi anni del nuovo millennio, quando ancora le canzoni si ascoltavano prevalentemente alla radio, i dischi avevano un discreto mercato e in giro si sentiva roba che, ad oggi, potremmo definire degna di nota.

De gustibus non est disputandum, ma negare che la decadenza che ha investito la nostra società negli ultimi vent’anni, abbia risparmiato il mondo della musica… sarebbe quantomeno ipocrita; per rendersi conto che siamo precipitati piuttosto in basso, in fondo, basta avere un discreto orecchio musicale e una modesta cultura in fatto di musica.

Senza scomodare il cantautorato italiano -che i tempi sono cambiati e certe cose, semplicemente, non possono più tornare e bisogna farsene una ragione-, non occorre di certo essere un musicista o un cantante o un critico o un produttore musicale, per accorgersi che i giovani e i giovanissimi che spopolano di questi tempi, e che magari sono anche talentuosi, fanno della brutta musica: in alcuni casi anche vagamente orecchiabile, ma con dei testi, e talvolta anche con delle melodie, che vien voglia prima di domandarsi “perché?”, poi di mettersi le mani dei capelli e, infine, di scoppiare a ridere, chiaramente per non piangere, tanta è la pochezza.

Roba che i pezzi degli Articolo 31 e degli 883, al confronto, erano dei capolavori.

Il nuovo che avanza appare decisamente peggio del vecchio più recente, che già appariva scadente rispetto a quella che fu la musica italiana nel suo periodo d’oro: fatta salva qualche eccezione, ai nuovi interpreti, cantautori e compositori sembrano mancare la voglia di comporre, scrivere e suonare canzoni fatte di melodie belle, non necessariamente sofisticate, e di testi magari semplici nella forma ma profondi nel contenuto, con dietro un vissuto e con dentro una morale. Oltre a mancare la gavetta, le porte in faccia, il piccolo pubblico non pagante, ovvero tutto ciò che ha contribuito a rendere quelli che poi sono diventati i grandi artisti italiani, delle persone consapevoli del valore della musica, della fatica che c’è dietro alla buona musica, e della fortuna di poter fare un lavoro privilegiato.

Si ha tanto l’impressione che alla qualità e alla funzione socio-culturale della musica, si siano sostituiti il Mercato e le sue spietate leggi, che vedono negli individui dei meri consumatori e che danno loro in pasto ciò che hanno fatto credere agli stessi di volere.

Peccato che la musica non sia una merce, ragione per la quale coloro che hanno la fortuna di vivere di essa, dovrebbero fare lo sforzo di reinventarla e d’innovarla senza renderla tale, dunque non rinnegando e voltando completamente le spalle al passato ma, anzi, attingendovi per trarre nuova linfa e dar vita a canzoni che rimangano nella storia, facendo in modo che tutti abbiano, a prescindere dall’epoca storica nella quale sono vissuti, un repertorio musicale da rievocare con nostalgia.

“Cosa resterà”, cantava Raf, “di questi anni ‘80”? Il tempo gli ha dato la risposta e degli anni ’80 è rimasto parecchio, di buono…viene da domandarsi, invece, cosa resterà degli anni duemila.

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