Il tragico ritorno del Natale consumista

La pubblicità di un centro commerciale a Lugano, Svizzera.

by l’Acuminato

Dal telegiornale – quando ormai manca poco più di una settimana al fatidico appuntamento – rimandano le immagini di famigliole in festa, babbi natale nei centri commerciali a regalare cibo spazzatura ai bambini, consigli gastronomici di mister Cracco o chef Rubio (i cuochi sono i padroni della nostra epoca). Una signora elenca le bellezze del Natale, tra le quali primeggia la possibilità di “poter giocare a CandyCrush con la nipote”.

Se volessimo censire la miseria dell’umano, certamente il periodo di Natale sarebbe il più adeguato: isterismi da acquisto compulsivo, masserizie di oggetti accatastati in casa in attesa di essere esposti a parenti acquisiti e conoscenti (spesso ribattezzati amici) di varia natura, glassa di finti sorrisi che si accumula come canditi su una cassata, promesse da marinai. Nell’Europa “unita” il cristianesimo è puro retaggio marginale, la religione del consumo è l’unica rimasta in campo. 

Tutto ciò è ripetitivo, eppure stupisce sempre: come può una massa inebetita fingere approvazione e condiscendenza in occasione di una festa che ormai ha perso ogni significato,che non sia quello di acquistare oggetti fabbricati in Cina? L’abitudine a mentire – che è una costante – nei giorni di festa diviene un rito consacrato dalle orribili luci natalizie e dal suono ossessivo di canzoni ormai scritte a inizio anni Ottanta del secolo scorso. Lo spirito di George Michael, ormai deceduto da anni, esce dal televisore e ci chiede: cosa hai fatto di diverso quest’anno?

Niente, il nulla. L’accoppiata micidiale Natale-Capodanno puntualmente ci coglie sfiniti da un altro anno di passione, vissuto al limite della follia, impiccati a una società occidentale in pieno disfarsi: si tratta di un vero viaggio al termine della notte, per dirla come l’indimenticato Cèline. La nostra notte è fatta di desideri infranti, passioni sopite, viaggi non fatti, conoscenze sfuggite, nozioni buttate a caso. Il denaro è tutto, il restante è nulla. Come dimostrano recenti episodi tragici, persino la vita di alcuni adolescenti si può mettere a repentaglio pur di accumulare qualche sporca banconota in più.  

Naufraghi, impantanati nella mancanza di senso, in attesa speranzosa di una fetta di panettone, prediciamola nostra fine: sarà il riscaldamento climatico o la guerra a farci fuori? I nostri figli saranno per sempre condannati? I nostri genitori avranno diritto a una vecchiaia serena o dovranno morire con il pensiero di aver lasciato un mondo di merda ai posteri?

Tutte queste domande rimarranno inevase, come sempre: seppur in lenta ebollizione – come dimostrano i disperati gilet gialli – l’amalgama che ci spinge a continuare a fare quello che abbiamo sempre fatto (cioè mangiare, fottersene e crepare) continua ad avere una rappresentanza folta, specialmente presso le cosiddette classi dirigenti – che sarebbe meglio ridefinire classi “digerenti”.

Non si può che rassegnarsi a fischiettare “Merry Christmas”, storditi dalla crapula e in preda a dolori addominali, avendo saziato a dovere la nostra fame arretrata; non ci resta che accomodarci su una poltrona, mentre in sottofondo gli altri parlano di matrimoni reali o dell’ultimo gol di Cristiano Ronaldo, in attesa di un lungo sonno letargico che possa alleviare le nostre pene.  

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