Bohemian Rhapsody – la recensione

di Dalila Giglio

Sì, mi è piaciuto.

Sì, dovete vederlo.

Sì, sto parlando di Bohemian Rhapsody, chiaramente.

Sì, è pieno d’incongruenze e d’inesattezze che i cultori della band e gli esperti del settore musicale coglieranno all’istante, facendoli gridare allo scandalo.

Difficilmente, in questi giorni, non vi sarà capitato d’imbattervi in qualcuno che vi abbia chiesto se avevate visto Bohemian Rhapsody, se vi fosse piaciuto oppure no e se vi sentivate di consigliarne la visione: è la pellicola del momento, forse addirittura quella del 2018.

Per quanto mi riguarda, mi sono letteralmente “catapultata” al cinema un paio di giorni dopo l’uscita del film nelle sale, e ne sono rimasta soddisfatta al punto di avvertire l’esigenza di scriverci un pezzo.

Non è un capolavoro, se è questo vi preme sapere, ma possiede una caratteristica di cui molte pellicole cinematografiche sono sprovviste: la piacevolezza. È un film gradevole e seduttivo, seppure un po’ frettoloso (d’altronde, riassumere la storia dei Queen in due ore era un compito assai arduo), capace di “catturare” lo spettatore catalizzandone l’attenzione visiva e uditiva e coinvolgendolo emotivamente.

La maggioranza dei critici cinematografici lo ha liquidato come un biopic ambizioso dalla riuscita incerta; al pubblico in sala, tuttavia -stando,almeno, ai risultati del botteghino e ai commenti positivi che si ascoltano all’uscita delle sale e che si leggono sui social-,sembra non interessare troppo né la rispondenza tra la storia reale e quella portata in scena né il fatto che la pellicola possa deludere, almeno in parte, le enormi aspettative che aveva generato.

Con buona pace dei critici e dei fan intransigenti, Bohemian Rapsody piace, e piace perché ripercorre,pazienza se non del tutto esattamente, le tappe principali della vita di un gruppo che ha fatto la storia della musica e, soprattutto, di colui che è stato una leggenda vivente, un uomo che si sentiva divino e che, forse, nonostante le innumerevoli eccentricità e debolezze, divino lo era davvero.

Freddie aveva una voce pazzesca, un carisma unico, un fascino razionalmente inspiegabile e ineguagliabile, la sua presenza si portava via tutto, e tutto gli si poteva perdonare, con quella voce lì, con quella forza vitale che nessun altro ha saputo, ad oggi, portare altrettanto bene su un palco.

A Rami Malek va riconosciuto il merito di essere riuscito nell’epica impresa di somigliargli al punto di sembrare quasi lui -a dispetto di una protesi dentale ingombrante e di certo eccessiva-e di averci fatto dimenticare, almeno per qualche istante, che di lui, in realtà, non si trattava.

Come va a finire lo sappiamo tutti, ma il regista fa la scelta, a mio avviso assai riuscita, di concludere il suo racconto con la performance del Live Aid dell’85: la bravura degli attori ci regala l’impagabile sensazione di trovarci a Wembley, a momenti sul palco con la band, a momenti dietro le quinte, a momenti tra il pubblico, a goderci quei minuti entrati nella storia della musica.

Se il film non rende pienamente giustizia a Freddie -finanche a quello che i Queen sono stati e hanno rappresentato, e ancora oggi rappresentano, per migliaia di persone-, di certo non offende la memoria del suo compianto frontman.

Non commettete la leggerezza di non vederlo.

“There’s no time for us

There’s no place for us (…)

Who wants to live forever

Who wants to live forever…?”

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