“Il verdetto” – la recensione

 

ilverdetto

di Dalila Giglio

 

Quale decisione prendereste, se foste un giudice e competesse a voi l’arduo compito di decidere della vita o della morte di un giovane, gravemente malato, poco meno che maggiorenne?

È l’interrogativo da cui muove The Children Act, trasposizione cinematografica del romanzo “La ballata di Adam Henry” di Ian McEwan, che della pellicola è anche sceneggiatore.

Protagonista dell’ultima fatica di Richard Eyre è Fiona Maye -interpretata da un’attrice, già due volte premio Oscar, che non ha bisogno di presentazioni-, un giudice dell’Alta Corte di Londra specializzata in diritto familiare, con un matrimonio in crisi e una passione per la musica classica.

La sua vita viene letteralmente sconvolta dal caso di Adam Henry, un brillante ragazzo in procinto di divenire maggiorenne, determinato a non acconsentire alla trasfusione che potrebbe salvarlo da morte certa e a rimanere, in tal modo, fedele ai principi della sua religione -è un Testimone di Geova- la quale, individuando nel liquido ematico la sede dell’anima, ritiene che solo Dio possa liberamente disporne e, pertanto, vieta agli uomini di mescolare il sangue di ciascuno con quello di altri.

Decisa a capire se l’ostinazione del giovane a non farsi trasfondere sia il frutto di una sua reale convinzione o, piuttosto, dell’opera di persuasione posta in essere dai religiosissimi genitori e colpita dalla descrizione che ne viene fatta in aula, Fiona, a dispetto della sua apparentemente inscalfibile algidità e imperturbabilità, compie un gesto assolutamente inusuale e si reca in ospedale a far visita ad Adam.

L’incontro si rivelerà fatale per entrambi e non soltanto perché, in seguito a esso, Fiona autorizzerà l’ospedale a effettuare la trasfusione disattenendo la volontà di Adam e permettendogli, in tal modo, di rimanere in vita, ma anche e soprattutto perché il medesimo sarà fonte, sia per il giudice sia per il ragazzo, di grande smarrimento e di destabilizzazione emotiva: Adam, riacquistato un buono stato di salute, si troverà alle prese con l’irrequietezza, i turbamenti e gli interrogativi tipici dell’adolescenza, mentre Fiona sembrerà, finalmente, aprire gli occhi e accorgersi di come la sua assoluta dedizione al lavoro l’abbia privata di un’importante parte dell’esistenza e di quanto questo suo atteggiamento abbia inciso negativamente nel rapporto con il marito ancora innamorato ma ormai impossibilitato a sopportare la sua freddezza e la sua assenza.

Più che concentrarsi sull’aspetto etico, The Children Act, che pure affronta un tema assai delicato con l’obiettivo d’indurre a una riflessione sul contrasto che, in determinate situazioni, può insorgere tra religione e morale nonché sul ruolo della giustizia nelle questioni di tipo etico, si focalizza sui sentimenti e sulle emozioni dei protagonisti, mettendoli totalmente a nudo.

Anche attraverso lo schermo Ian McEwan riesce nella difficile impresa di scandagliare l’animo dei protagonisti, preda d’inconfessabili turbamenti nonché di sentimenti confusi e moralmente controversi e, attraverso di essi, quello degli spettatori, i quali, in alcuni frangenti, avvertono lo stesso disorientamento e la stessa difficoltà ad agire in maniera razionale che mettono a dura prova Adam e Fiona.

A farla da padrona è una sottile e persistente ambiguità, capace di turbare lo spettatore e, al tempo stesso, di portarlo a comprendere e a empatizzare coi personaggi, preparandolo psicologicamente a un drammatico epilogo.

Una Londra lenta e grigia, fa da perfetto sfondo a un film tanto bello quanto gravoso, interpretato in maniera più che credibile da tutti gli attori.

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