Il sottile fascino di “Temptation Island”

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A sinistra: la conduttrice, Simona Ventura; a destra: Stefano Bettarini e la sua fidanzata discutono davanti al “falò” del programma

di Dalila Giglio

 

Attenzione: il seguente articolo potrebbe urtare sia gli estimatori del trash televisivo, sia gli afferenti a quella frangia della cosiddetta “élite culturale di centrosinistra” che non tollera sentir, neanche lontanamente, parlare di una tematica alla quale non possa essere riconosciuto un altissimo valore culturale. Pertanto, se appartenete a una delle due categorie, non indugiate oltre nella lettura.

Fatta questa debita ma necessaria premessa, veniamo a noi: lo avete mai visto, Temptation Island V.I.P.?

Se la risposta è “no”, sappiate che ormai è troppo tardi, poiché la trasmissione si è appena conclusa, ma che sarebbe bastato guardarne una mezz’ora una volta, per capire di cosa si trattasse, come funzionasse, chi fossero i protagonisti e quali dinamiche si celassero al suo interno. E che non mancherà l’occasione di rifarvi, giacché, tra alcuni mesi, andrà in onda, quasi sicuramente, l’edizione delle persone comuni, alla quale seguirà, con altrettanta buona probabilità, quella dei V.I.P..

Qualora, in un futuro prossimo, doveste, quindi, decidere di provare a vedere il reality in questione, sinceratevi di essere in grado di approcciarvi al programma scevri di qualunque tipo di pregiudizio ed evitate di adottare uno sguardo psicologico sulle dinamiche che vanno in onda, in quanto, lo stesso, finirebbe col portarvi a guardarlo come a un grande esperimento sociale sulle relazioni amorose fra esseri umani, cosa che, Temptation Island, non ambisce nemmeno lontanamente a essere.

Solo in questo modo vi sarà possibile mandare completamente in stand by il cervello e guardare a Temptation Island per quello che è veramente, ossia la perfetta messa in scena, reale o fittizia poco rileva, della tragicommedia delle “corna”.

Ruota tutto attorno alle “corna”, in questo contenitore televisivo di successo internazionale (trattasi, ovviamente, di un format importato dall’estero), da quelle che i fidanzati -separati ed esiliati in due differenti villaggi sardi in compagnia di donne ammalianti o di prestanti adoni rigorosamente single– si fanno, a quelle che vorrebbero farsi se solo riuscissero a superare l’imbarazzo delle telecamere perennemente puntate addosso, a quelle che sono costretti a farsi perché hanno visto, con i loro occhi, guardando i video che la sadica conduttrice ha mostrato loro, che l’altro/l’altra non ha saputo trattenersi dal commettere adulterio.

Fondamentalmente, la trasmissione si basa sulla dimostrazione di tre assunti piuttosto noti: “quando il gatto non c’è i topi ballano”, “la carne è debole”, “occhio non vede cuore non duole”.

I partecipanti al reality ci mostrano come, in assenza dello sguardo vigile del proprio partner, l’essere umano, uomo o donna che sia, presto o tardi, con leggerezza o schiacciato dai sensi di colpa, solo una volta o reiteratamente, affettivamente legato al proprio compagno o alla propria compagna o meno, presto o tardi, ceda alle avances del tentatore o della tentatrice di turno.

Superati i primi cinque minuti di forte sconcerto -generato dalla povertà culturale dei dialoghi tra i concorrenti, dall’opinabilità delle condotte di persone che, in alcuni casi, hanno anche ampiamente superato l’adolescenza, dall’assoluta non notorietà della maggioranza dei partecipanti, dalla mercificazione dei corpi, dalla pressoché inesistenza dei contenuti-, il cervello accetta, di buon grado, di sostenere la visione di parte del programma: come è possibile che accada questo, in chi non è un estimatore del trash e magari è anche una persona colta o comunque altamente scolarizzata e mediamente preparata?

Forse ciò accade a causa del processo d’immedesimazione che, volenti o nolenti, scatta guardandola: difficile sostenere, pur ritenendo, a ragion veduta, la trasmissione finta, di bassissimo livello culturale e degna di essere aborrita, che ciascuno di noi, posto in condizioni simili o analoghe nella vite reale, si comporterebbe molto diversamente.

Assistiamo, anche se per poco, magari, a uno spettacolo truce, di cui riconosciamo la rozzezza, con quel misto di orrore, di vergogna e di piacere forse simile a quello che provavano gli antichi romani quando vedevano i combattimenti fra gladiatori, sapendo, peraltro, che i nostri simili stanno agendo come, presumibilmente, agiremmo noi.

Non è l’Anfitrione di Plauto, certo, ma un moto di riflessione può nascere da tutto, Temptation Island incluso.


“Il tradimento. Fin da piccoli il papà e il maestro ci dicono che è la cosa peggiore che si possa immaginare. Ma che cos’è questo tradire? Tradire significa uscire dai ranghi. Tradire significa uscire dai ranghi e partire verso l’ignoto”.

 

 

 

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