La trasgressione non è più un tabù

selfie

di Dalila Giglio

 

Ma voi che, come me, avete superato l’adolescenza da un pezzo, ve li ricordate i vostri quindici, sedici anni?

Ve lo ricordate, quel costante senso d’inadeguatezza, quella rabbia ingiustificata nei confronti degli adulti, quella necessità di vivere il più possibile in simbiosi con i pari, quel desiderio di emanciparsi dalla famiglia d’origine, quella spasmodica ricerca di conferma e di sicurezze?

Ma soprattutto, avete ancora memoria di quel bisogno di trasgressione che, nel turbolento periodo che va dai tredici ai diciotto anni, affiora anche negli animi più quieti?

Io, che sono stata adolescente negli anni ’90, mi sono sentita tremendamente trasgressiva tutte quelle -poche- volte che ho “tagliato” (rigorosamente non prima di essere divenuta maggiorenne) la prima ora di lezione al liceo per andare a fare colazione al bar con le compagne di classe, che sono andata a passeggio per le vie del centro sfoggiando un make up acceso, che ho fantasticato sul fidanzato di una mia amica.

Le volte in cui mi sono spinta sino al punto di fumare qualche sigaretta di nascosto, poi…mi sono figurata come la regina delle trasgressioni: altro che alcool a fiumi, droghe leggere e sintetiche, sesso promiscuo e non protetto, scambi di messaggi e foto a sfondo sessuale, bullismo, gesti dimostrativi atti a mettersi in mostra incuranti dei rischi ad essi connessi, outfit che non lasciano spazio all’immaginazione. Noi adolescenti degli anni ’90, trasgredivamo più o meno così (qualche coscritto  più temerario di me si azzardava a bere una birra o un cocktail alcolico ogni tanto e ad andare in discoteca il sabato pomeriggio), con la consapevolezza di porre in essere condotte provocatorie che violavano qualche regola o consuetudine che aveva a che fare con l’etica, con la morale e con il senso del pudore, non senza sensi di colpa- in alcuni casi forse anche di matrice religiosa- e consci del fatto che, tali condotte, ci esponevano, potenzialmente, a terribili ramanzine, se non a punizioni o a pubbliche umiliazioni da parte degli adulti.

Adesso, invece…adesso, invece, molti adolescenti fanno almeno una delle cose che ho elencato sopra e, non paghi, si scattano selfie estremi o si soffocano da soli, di proposito, sino a svenire, o si gettano dai tetti dei palazzi o bevono superalcolici tutti d’un fiato o si lanciano in piscina dalle camere d’albergo. E, talvolta, ci lasciano la pelle. E quando non questo non accade, più che ripresi e riportati sulla retta via, vengono giustificati, anche pubblicamente, anzitutto dai loro genitori.

Psicologi, psichiatri e sociologi affermano che, dietro a questi gesti sconsiderati, si nascondono la noia, la voglia di provare emozioni e sensazioni forti, il desiderio di essere oggetto di ammirazione, la percezione del rischio come valore positivo, ma, soprattutto, la ricerca di un’identità, ricerca che, a quell’età, passa necessariamente attraverso la ribellione, la rottura degli equilibri pregressi, il compimento di azioni sovversive.

Sicuramente è vero, eppure non bastano, queste ragioni, a spiegare, razionalmente, cosa spinga un giovane nel pieno del suo vigore fisico e intellettuale, seppure con un’identità in via di definizione, a strangolarsi, da solo, fino a raggiungere la condizione di asfissia o a farsi una foto a picco su una scogliera; così come non lo spiegano il bisogno compulsivo di avere il maggior numero di like possibile sui social né il narcisismo patologico, che pure giocano, certamente, un ruolo non secondario.

Forse, dietro a quelli che si ci sforza di dipingere esclusivamente come i risultati di una società svuotata dal capitalismo e prosciugata da ogni valore, nella quale i giovani faticano a trovare dei punti fermi e finiscono col vivere come degli sbandati ai quali non è più nemmeno chiara l’importanza della salvaguardia del diritto alla loro vita, c’è solo un grande vuoto interiore, dato da un’enorme carenza affettiva, un estremo bisogno di attenzione, di amore e di cure che prende le sembianze, deviate, del gesto estremo. Forse, oltre alla società malata nella quale tutti viviamo e che tutti abbiamo contribuito a costruire, ci sono delle ragioni profonde, dietro questi comportamenti che assumono, spesso, la forma del gioco o della sfida, da ricercarsi nella storia personale e familiare di questi ragazzi, che, probabilmente, non sono poi tanto diversi da noi che siamo stati giovanissimi venti o trent’anni fa, e che pure abbiamo combattuto contro quel mostro subdolo rappresentato dall’adolescenza.

Ragioni che andrebbero attentamente indagate, onde poi poter lavorare per trovare la maniera adeguata a far sì che gli adolescenti non avvertano la necessità di spingersi a tanto, per mostrare al mondo la loro esistenza e domandare agli adulti quell’affetto e quelle attenzioni di cui questi ultimi non sono stati o non sono stati adeguatamente capaci.

“Nessuno si salva da solo”, in fondo, soprattutto a sedici anni

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