L’estate (nera) italiana

POnte-morandi-

di Dalila Giglio

 

L’estate sta finendo”: e meno male.

La quantità di eventi drammatici che l’hanno caratterizzata, e che la faranno passare alla storia come una delle più nefaste degli ultimi vent’anni, almeno per quanto riguarda il nostro paese, sono tanti e tali da far sì che si guardi alla sua fine, ormai prossima, con insolito sollievo.

Se non appartenete alla, ahimè nutrita, categoria di persone che non riescono a guardare oltre il proprio naso o a quella di chi, arrivato agosto, tempo delle tanto agognate vacanze, dichiara apertamente che – se anche cascasse il mondo – a lui non interesserebbe saperlo, la tragedia del Ponte Morandi non solo non vi avrà lasciato indifferenti, ma vi avrà scossi al punto di  indurvi a pensare seriamente, e magari anche con una certa frequenza: “e se quel giorno, su quel maledetto ponte, ci fossi stato io e la mia vita fosse assurdamente finita in un attimo di cui nemmeno mi sarei accorto, cosa mi sarei lasciato, indietro, d’incompiuto?”

Io ci ho pensato spesso, nei giorni successivi alla catastrofe; mi sono chiesta più volte quali sarebbero state le cose più mi sarebbe dispiaciuto non aver fatto o detto se, complice la cattiva sorte, fossi stata vittima di quell’immane tragedia, e a un certo punto sono riuscita a darmi delle risposte.

Riflettendo accoratamente ho capito che il mio rimpianto più grosso consisterebbe non nelle esperienze socialmente considerate significative non ancora vissute- il matrimonio, la maternità e un lungo viaggio in terre lontane, solo per citarne alcune-, ma nei “non detti”: nelle cose che, per mancanza di possibilità o di coraggio o di slancio, non sono riuscita a comunicare agli interessati o al mondo, nonché in quelle che, per gli stessi motivi, o per ragioni differenti, non mi sono state comunicate.

Quei pensieri, quei sentimenti, quelle determinazioni, quelle emozioni che, se comunicati, magari avrebbero cambiato l’evolversi di situazioni e rapporti, modificando, indirettamente, del tutto o in parte, il corso della mia esistenza, magari non necessariamente in meglio.

Viviamo tempi contrassegnati da una continua rivendicazione del diritto di chiunque a manifestare tutti i propri pensieri e i propri stati interiori attraverso la parola e dalla quasi incapacità di dar seguito a questa rivendicazione: reclamiamo un diritto che rinunciamo, di fatto, a esercitare (va da sé che non sto alludendo a quanto avviene in Rete, dove avviene l’esatto contrario), un po’ per viltà, un po’ per paura, un po’ perché pensiamo sempre di farlo domani.

Che poi è quello che più ci frega, l’idea che avremo ancora molto tempo a disposizione per dire, oltre che per fare, le cose che adesso non ci sentiamo dire o di fare, perché ci spinge a una procrastinazione continua che, alla fine, ci porta all’inerzia.

Ci converrebbe dirle, invece, le cose che ci pressano o che ci sembrano importanti, che di vita, in fondo, ne abbiamo una sola.

Non rimandare a domani quello che potresti dire oggi”, insomma.

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