La virtù scomparsa della tenerezza

gaeta

di Dalila Giglio

 

“Ma lascia almeno ch’io lastrichi con un’ultima tenerezza il tuo passo che s’allontana”: mi piace pensare che, qualora decidesse di dedicarle la strofa di una poesia, l’anziano signore balzato agli onori della cronaca per la perseveranza con la quale si è recato, ogni giorno, sul lungomare di Gaeta a rimirare l’infinita distesa d’acqua in compagnia della foto della moglie scomparsa, sceglierebbe proprio queste parole di Majakovskij, tratte dal bellissimo e struggente componimento poetico Invece di una lettera.

Mi sembrano la più pregnante trasposizione in lemmi di quel groviglio di pensieri, sentimenti ed emozioni che devono albergare nella mente e nel cuore del vedovo che, con un gesto colmo di tenerezza, quale quello di sedersi a guardare il mare accanto alla foto che ritrae colei -il pensiero della quale lo porta a commuoversi visibilmente- che gli è stata accanto per molti anni, accompagna il farsi sempre più distante della presenza dell’amata.

L’immagine di quell’uomo solo e vetusto, ricurvo su se stesso, è così forte da rendere pressoché impossibile il non affiorare, in chi la osserva, del medesimo sentimento che caratterizza il gesto che il medesimo compie quotidianamente, quella dolce e profonda compassione a cui diamo il nome di tenerezza.

Proprio alla tenerezza il regista Gianni Amelio ha dedicato il suo ultimo film, una pellicola magnifica e toccante, interpretata da un magistrale Renato Carpentieri (la sua interpretazione gli è valsa il David di Donatello come miglior attore protagonista), che ha definito questo sentimento così prezioso e dirompente nientemeno che una “virtù rivoluzionaria”; ne La Tenerezza l’attore interpreta un uomo duro, cinico e solitario, apparentemente incapace di provare tenerezza, la cui vita viene improvvisamente stravolta dall’arrivo dei nuovi vicini di casa, grazie al rapporto con i quali reimpara ad affezionarsi al prossimo e a vivere le emozioni che sente riaffiorare.

Esattamente come la foto dell’anziano signore di Gaeta, il film di Amelio, come può confermare chi lo ha visto, risulta essere un pugno nello stomaco, poiché ci pone di fronte a un interrogativo disturbante (peraltro, non l’unico): che cosa s’intende realmente, per tenerezza? Abbiamo mai provato tenerezza nei confronti di chi amiamo, di chi ci ama, di chi ci è vicino? Siamo stati capaci di essere teneri nel vero senso del termine, e cioè di poca durezza, con chi ci sta a cuore, o abbiamo pensato che fosse più opportuno evitare, onde far sì che la tenerezza non venisse scambiata per debolezza o interpretata come una pretesa affettiva ammantata di romanticismo?

Ed ecco farsi strada il dubbio che questo sentimento non possa essere ridotto alla “stretta al cuore” che sentiamo quando guardiamo un neonato sorridere o un anziano incedere faticosamente o un cagnolino scodinzolare e che la tenerezza sia qualcosa di ben più profondo e di ben più difficile da lasciar emergere in superficie. Qualcosa a cui, forse, non siamo stati adeguatamente educati e che, quindi, non siamo capaci di gestire. Con la conseguenza che finiamo con l’imporci, magari anche solo inconsciamente, di non mostrarci teneri e che cerchiamo di evitare di essere oggetto di quella che ci sembra pietà travestita da tenerezza.

Sicché non ci resta che commuoverci e intenerirci di fronte a una storia che ci parla di una tenerezza distante che, non riguardandoci nemmeno indirettamente, non ci fa paura.

“E saprò accarezzare i nuovi fiori, perché tu m’insegnasti la tenerezza”.

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