La leggera malinconia dei Mondiali senza Italia

cristianomessi

di Dalila Giglio

Alla fine è successo davvero: i Mondiali sono iniziati anche senza l’Italia. La dea bendata stavolta non ci ha salvato in corner, facendoci uscire dalla porta per rientrare, all’ultimo, dalla finestra. Niente da fare, quest’anno il “Mundial” ce lo guardiamo con lo spirito di chi osserva, consapevole del piattume della propria esistenza, “le vite degli altri”.

E quindi niente tricolore a svettare sui balconi, niente corse a casa a vedere la partita, niente coprifuoco prima del match, niente trombette che suonano prima, dopo e durante la gara, niente pizza, birra e rutto libero con gli amici davanti alla TV, niente urla sguaiate di fronte al gol mancato e al gol segnato, niente imprecazioni e anatemi nei confronti degli avversari, niente clacson da suonare dopo ogni vittoria importante, niente venditori abusivi di magliette azzurre, niente approfondimenti calcistici interamente dedicati alla Nazionale, niente appuntamenti amorosi disdetti con la scusa di un impegno improvviso, niente sogni di finale, niente principio d’infarto dinanzi alla visione dei rigori, niente po po po po po po po…

Una vera pacchia, tanto per usare un termine caro a Salvini, insomma. Perché, diciamocela tutta, l’esclusione dell’Italia dai Mondiali ci consente, finalmente, di provare -per molti di noi per la prima volta- il brivido di non sentirci orgogliosi della nostra nazione e della nostra nazionalità nemmeno per qualche settimana. Che è quello che sappiamo fare meglio: sentirci sempre inferiori, difettati, arretrati, manchevoli, convinti che l’erba del vicino sia sempre più verde.

Il Mondiale senza l’Italia non solo ci libera degli affanni e dei riti tribali tradizionalmente connaturati al Campionato del mondo, ma ci consente di dar sfogo alla nostra esterofilia patologica più o meno conscia; possiamo liberamente tifare, nonché affermare di tifare, Brasile, Argentina o Spagna -ne cito tre a caso- senza doverci sentire afflitti da sensi di colpa e sommersi da insulti, possiamo tranquillamente rilevare la superiorità tecnica e psicologica di una squadra che non è quella del nostro paese, possiamo non rammaricarci del fatto che i nostri giocatori preferiti non militino nella nostra nazionale.

Senza dimenticare l’enorme vantaggio di cui gode solo chi non partecipa a una competizione: quello di poter seguire le gare in assoluta tranquillità, senza alcun trasporto emotivo. Cosa non da poco, in quest’epoca che rifugge le implicazioni emotive.

“Non tutti i mali vengono per nuocere”, come si suole dire. Gli amanti del calcio non potranno comunque dirsi delusi, avendo la possibilità di seguire tutte le gare (sulle reti Mediaset, altro fattore che renderà questi Mondiali indimenticabili) e di vedere del buon calcio giocato, seppure non dagli azzurri.

Certo, il Mondiale senza l’Italia rimane un po’ “monco” e non soltanto per noi italiani, probabilmente. Quando non c’è, l’Italia manca, e non solo nel calcio, un po’ come quelle persone che non sembrano così indispensabili e che rivelano la loro essenzialità nell’assenza. The show must go on, tuttavia, e così si gioca senza l’Italia come se nulla fosse e come se nulla fosse si guardano, con distacco, le partite degli altri.

Per quelli che proprio non ce la fanno a guardare un Mondiale senza Italia, ci sono le repliche dei vecchi Mondiali: quelli in cui la Nazionale magari usciva al primo turno, ma almeno giocava.

Per tutti gli altri l’appuntamento è fra quattro anni: in Qatar, a novembre.

P.s. Nel 2022…noi speriamo che ce la caviamo!!!

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