Quando una vacanza “solidale” risveglia le emozioni dentro di noi

Grammichele

La mia vita è come un aereo.

Alla mattina si vola ad alta quota,

al pomeriggio a mezz’aria,

alla sera dipende da noi

se si atterra dolcemente

                                                         o si precipita… (poesia di una socia di Arcobaleno, Deborah Volpe Planesio)

 

 articolo di Glenda delle Noci

 

Sorseggiando languidamente il proprio assenzio, Baudelaire, in un giorno indefinito della propria esistenza, pensò che i desideri più profondi di un viaggiatore avessero le fattezze e le forme delle nuvole… e non sbagliava!

Innalzandoci verso il cielo, attraversando l’Isola d’Elba e sorvolando il litorale di Ostia, i sogni ed i pensieri di noi viaggiatori erano totalmente sospesi a mezz’aria tra il blu oltremare della costa e la plumbea austerità delle nuvole che lasciava a tratti oltrepassare sprazzi di limpidezza e d’azzurro.

La sospensione nel vuoto e sul vasto Mar Tirreno intravista da quell’oblò squadrato è stata solamente una delle immagini che hanno colpito Letizia e Deborah, ancora irretite (ed anche un po’ intimorite) dall’emozione, provata per la prima volta, di prendere l’aereo, innalzarsi in volo e ritrovarsi in pochi attimi con metaforiche piume da gabbiano ed ali di albatro, e non più bipedi abitanti terrestri immersi in un mondo orizzontale e lineare: “uno dei ricordi più belli che conserverò sarà l’esperienza del volo e dell’aereo, sono contenta all’idea di imbarcarmi nuovamente tra poco”, questo è il loro entusiasmo appena fatto scalo all’aeroporto di Roma Fiumicino, un entusiasmo che si conserverà ad ogni scritta “Airport” e che ci accompagnerà fino alla visione della maestosità dell’Etna, in lontananza.

Inizia il viaggio verso Grammichele, paese situato nell’entroterra del catanese: campagna, aria pulita, papaveri, cactus… queste veloci diapositive esotiche che scorrevano da dietro il finestrino della macchina già ci facevano sentire la lontananza dalla nostra consueta città metropolitana, una lontananza decisamente dolce una volta giunti nella casa di campagna in cui abbiamo trascorso le notti: immersi nella desolazione agreste, i nostri sensi si sono allettati all’odore delle zagare e degli aranci, delle erbe aromatiche, all’odore del profondo della notte e della citronella che sprigionava la sua vita all’imbrunire.

Calore: sicuramente una delle sensazioni che ha accompagnato i nostri giorni siciliani, il calore del sole battente sulle ceramiche policrome della scalinata di Caltagirone, il calore delle razze stramazzanti al mercato del pesce, il calore del bagnante sulla spiaggia di Punta Secca… ma il calore dell’affabile famiglia Ticli, famiglia che ci ha ospitato ed accompagnato, è stato certamente il calore più dolce ed accogliente che potessimo ricevere. Siamo stati accolti come fossimo parte della famiglia e noi stessi ci siamo sentiti come degli amici di vecchia data o come dei parenti appena tornati da un viaggio estero di mesi, anche se i nostri occhi si erano appena incrociati: impagabile il senso di condivisione e l’accoglienza così spontanea e naturale che si esplicava nei momenti della quotidianità, condividere la colazione insieme, racconti di vita, confidenze, le ricette squisite della signora Gabriella o semplicemente piccoli trucchi per migliorare la qualità del limoncello di Salvatore…frammenti di vita e condivisione che hanno suscitato in noi nostalgia al solo accenno di pensiero del ritorno in patria.

Arance: il simbolo della nostra esperienza, le “arance del cuore” che hanno permesso l’incontro e la collaborazione tra Arcobaleno e l’azienda Ticli, le arance che abbiamo raccolto con fatica e cura arrampicandoci come bertucce provviste di “panaru” (termine dialettale indicante il cestino predisposto per la raccolta dei frutti dagli alberi), le arance che accompagnavano i nostri sogni, sperduti e cullati tra le fronde di bianchi aranceti. “Anche se la raccolta delle arance è stata faticosa, è uno dei momenti che ricorderò con più gioia: è stato rilassante, appagante e soddisfacente occuparmi personalmente della raccolta di quei frutti, frutti che noi vediamo solo dopo essere stati raccolti e di cui ignoravamo il processo di crescita, cura e raccolta”: questo è il pensiero di uno dei viaggiatori, esposto fieramente con una succosa arancia appena colta dall’albero, un’arancia verace intrisa degli umori di quella terra fertile, sincera e tremante di vita. “Vedere il paradiso in un fiore selvaggio”, questa è una delle sensazioni che Letizia ha sovente percepito, la meraviglia di una terra di dolore e fatica, ma incredibilmente esplosiva di vita, brulicante di natura selvaggia ed incontaminata: errabondi cani stremati vagano nella notte stellata e assuefatta di fragranze, la coesistenza di abbandono e di vita, di privazione e di libertà… ma la bellezza “ha in sé qualcosa di selvaggio, di barbaro e di immenso” come le radure sconfinate di erba morente e sterpaglie, così lontane dall’innaturale civiltà, così libere.

Unico aspetto agrodolce? La fine di quei giorni. I ricordi rimangono vividi e comunicanti, grazie anche alle fotografie scattate che racchiudono alcuni dei momenti e tentano di cogliere la bellezza degli attimi vissuti durante il nostro viaggiare nell’inenarrabile terra sicula: la fragranza leggiadra della zagara, il bagliore del sole che si posa sul mare, l’aroma inebriante e pervadente della lavanda e dell’arancio…una promenade polisensoriale di ricordi ed un’ebbrezza di sensazioni, paragonabile all’atmosfera dei versi di Verlaine o del giovane simbolista Rimbaud, per rimanere in un clima dolce e decadente… ed anche un po’ poetico.

Queste parole tentano di cogliere ed avvicinarsi ad esprimere l’estemporaneità e la poeticità che un luogo, come la Sicilia, e delle persone, come l’accogliente ed indimenticabile famiglia Ticli, ci hanno saputo donare… ma, mi pare che qualcuno cantasse: “capire tu non puoi, tu chiamale se vuoi emozioni”, inesprimibili a parole, ma indelebili.

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