Se 1800 rose non bastano….

rose

di Dalila Giglio

 

“Forse in amore le rose non si usano più

ma questi fiori sapranno parlarti di me…”

Deve essere un gran romanticone, l’ignoto innamorato che è recentemente finito sulle pagine dei giornali per aver regalato alla donna che gli ha rubato il cuore la bellezza di 1800 rose: un romanticone abbiente, s’intende (o almeno si spera).

La fortunata, una gioielliera ventottenne, si è dichiarata commossa per il gesto ma dubbiosa circa l’eventualità di concedere al suo spasimante -a lei noto- un’uscita. “Ci devo pensare”, ha detto.

Ci devi pensare…sono certa che, alla lettura di questa frase, una consistente fetta della popolazione femminile, senza limiti di età, abbia esternato ad alta voce un’affermazione del tipo “cioè, per dichiararti il suo amore uno ti regala milleottocento, dico, mil-le-ot-to-cen-to rose di colore diverso facendotele recapitare in negozio un po’ alla volta e tu, per tutta risposta, osi dichiarare pubblicamente che devi riflettere sulla possibilità di acconsentire ad andare a prendere un caffè o un aperitivo o un gelato con lui??? Ma stiamo scherzando?”

Ebbene, io faccio parte della fetta di popolazione di cui sopra; sono tra le tante che, avendo avuto a che fare anche (non facciamo di tutta l’erba un fascio) con uomini avidi di sentimenti e di portafoglio -di quelli che sbiancano di fronte al bengalese che si presenta al tavolo del bar o del ristorante con il mazzo di rose in mano invitando il maschio a donarne una alla donna a cui si accompagna, tanto per intenderci-, innanzi alla consegna di più di un migliaio di rose accondiscenderebbe ad andare anche a fare un picnic sul cocuzzolo di una montagna o una merenda in riva al lago di un paese misconosciuto, tanta sarebbe la gratitudine avvertita nei suoi confronti, altro che caffè o aperitivo o cenetta a lume di candela.

Anzi, vi dirò di più: non occorrerebbero 1800, e nemmeno 100 o 50 o 25 o 12 rose, a noi più o meno giovani fanciulle avvezze a pagarci da sole (e perché no, talvolta a pagare anche ai nostri accompagnatori) gli aperitivi, le cene, i cinema, finanche i caffè, per indurci a permettere al nostro galante corteggiatore di beare della nostra compagnia almeno una volta. Ci basterebbe una rosa soltanto, fosse anche sgualcita come quelle che, sovente, vendono i bengalesi.

E non perché non siamo più o meno moderatamente femministe o perché non condividiamo e sposiamo appieno la causa delle pari opportunità, ma, semplicemente, perché ancora apprezziamo la galanteria maschile e la divisione dei ruoli nel corteggiamento.

Sicché rimaniamo a bocca aperta quando leggiamo di una donzella che, a fronte di un gesto con una valenza piuttosto forte, seppure non scevro da manie di grandezza, si mostra risoluta nell’affermare di aver bisogno di tempo per riflettere sul da farsi. Non che una donna sia automaticamente obbligata ad uscire con un uomo per il semplice fatto che le ha fatto un regalo, per quanto importante, per carità… però, a volte, di fronte a doni particolarmente significativi, si sente la necessità di sdebitarsi in qualche modo, per una mera questione di gentilezza nei confronti di chi ha mostrato una delicatezza d’animo e una generosità fuori dal comune.

Passato il momento di stupore, tuttavia, anche noi donne sensibili agli uomini gentili -un po’ demodè in quest’epoca di egoismo arrogante-, verso i quali sentiamo di dover mostrare una rispettosa gratitudine, ci ricordiamo che in amore vince chi fugge, chi si nega, chi ostenta indifferenza e capiamo che quella della gioielliera è solo una strategia, vecchia come il cucco e in genere vincente.

“Preferisco avere rose sul mio tavolo che diamanti sul mio collo”.

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