I paesi di Visegrad suonano la carica contro l’Ue

Visegrad
Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria formano l’ “asse di Visegrad”. 

di Valentina di Virgilio

 

Mentre l’Europa assiste alla terza riconferma del leader ungherese, Viktor Orbàn, una frattura si allarga tra i Paesi dell’Ue e quelli del gruppo di Visegràd, ovvero Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia.
Questi ultimi fanno tutti parte dell’Unione Europea e da essa ricevono fondi (alla Polonia, ad esempio, vengono concessi fondi per 229 miliardi di Euro fino al 2020), ma essi non sono d’accordo con l’attuale politica migratoria promossa dall’Ue e la sfidano apertamente. Quest’atteggiamento mette in discussione i valori cardinali posti a fondamento delle istituzioni di Bruxelles.

LA BATTAGLIA SUI MIGRANTI

Nei paesi del patto di Visegrad, si sono fatte largo istante nazionaliste e antieuropeiste, spinte anche dal recente referendum britannico (la cosiddetta Brexit) che ha irrobustito tali idee.
Nemmeno il deferimento, ovvero la denuncia, alla Corte Europea di Giustizia per il mancato ricollocamento dei migranti ha scalfito l’idea di essere nel giusto e che fosse un dovere perseguire certe politiche anti-migratorie.
Nella pratica, i quattro paesi si sono rifiutati di fare la loro parte nel programma di accoglienza approntato dall’Unione Europea.

Esse hanno addirittura fatto ricorso alla Corte di Giustizia Europea, nella speranza di sancire come irregolari le quote obbligatorie imposte da Bruxelles (fallendo peraltro).
Il programma è giudicato dannoso, in quanto i migranti sono ritenuti portatori di disordine, criminalità e ideologie estremiste (emblematica la religione islamica).
Questo perno viene utilizzato per acquisire maggiore consenso e, quindi, voti, ponendosi come alternativa alle correnti moderate e liberali presenti altrove.
I pilastri portanti di quest’ideologia anti-europeista sono la “xenofobia platonica”, ovvero la visione negativa di migranti e stranieri in generale, senza che la loro presenza sia effettiva sul territorio, e lo “sciovinismo del welfare”, secondo cui i servizi statali dovrebbero venire offerti alla popolazione nativa e non ai migranti.

Queste tendenze sono maggiormente presenti dove, nella pratica, i migranti mediorientali non si fermano, ma sostano in attesa di arrivare al paese desiderato.
Queste idee sono state cavalcate (nel caso di Orbàn in Ungheria, ad esempio) come trampolino di lancio per effettuare modifiche legislative e costituzionali, al fine di permettere al suo partito, Fidesz, di vincere le elezioni e attuare un’agenda politica che è tutto tranne che democratica.

POLONIA E UNGHERIA: UN BOOM ECONOMICO “FINANZIATO” DAI FONDI UE

Ungheria e Polonia, sotto molti aspetti, sono omogenee tra loro: innanzitutto, entrambe stanno costruendo il mito del loro sviluppo economico autonomo rispetto a Bruxelles ritenendola, quindi, un ostacolo per il vero e pieno sviluppo di un paese.
Inoltre, entrambe sono fortemente ancorate ai valori cristiani tradizionali e ad una retorica nazionalista, approvando una serie di riforme che hanno rafforzato il potere esecutivo a discapito degli organi giudiziari.
Il pericolo è che il gruppo di Visegràd, originariamente istituito per facilitare l’ingresso dei suoi quattro membri all’interno dell’Unione Europea, possa influenzare i paesi vicini geograficamente. I paesi di Visegrad guardano criticamente al multiculturalismo, saldamente ancorati alle proprie radici cristiane e non hanno nessuna intenzione di cedere altra sovranità a terzi, riaffermando il ruolo delle frontiere.

Inoltre il loro forte sviluppo economico, soprattutto in un periodo in cui, nel resto dell’Europa, la situazione era in netta situazione di crisi, dipinge l’Ovest come un mondo in declino.
A preoccupare gli aderenti a Visegrad sono anche i flussi migratori e le crisi identitarie, che hanno prodotto una reazione più sovranista e nazionalista e, quindi, antieuropeista.
Nonostante questo, però, la partecipazione al progetto europeo ha una propria convenienza, non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello sociale e securitario.
Bruxelles dovrebbe fare leva su questo e su altre apporti forniti ai paesi del gruppo di Visegràd: oltre ai fondi erogati alla Polonia (che hanno permesso le riforme necessarie per il proprio sviluppo economico), vi è la crescita dell’export grazie alla Germania, che assorbe il 27% dell’esportazioni polacche, cosa impossibile senza le facilitazioni date dall’appartenenza europea.

POPULISMO O RIVOLUZIONE CONSERVATRICE?

Il pericolo di queste correnti antieuropeiste è quello di cavalcare le istanze di coloro che non si sentono rappresentati e alimentare l’idea che i migranti portino solo criminalità, crisi del mercato del lavoro e instabilità generale, permettendo a certe idee di permeare la società e rendere facile l’instaurazione di un regime fondato dapprima sul consenso popolare stratificato e, in seguito, ad una politica antidemocratica, con largo gioco di riforme costituzionali, che minano lo stato di diritto e, così, la rappresentatività della popolazione, al momento di deliberare sulle decisioni politiche vincolanti per tutti.

FONTI:

https://www.cesi-italia.org/articoli/804/visegrd-lanima-sovranista-deuropa

https://www.panorama.it/news/esteri/il-successo-di-orban-visegrad-e-gli-errori-delleuropa/

https://lospiegone.com/2017/10/02/perche-i-migranti-non-arrivano-in-europa-dellest-lopposizione-interna-allue/

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