Il complesso dello spread

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di Giacomo Giglio

 

Tutti noi nella vita abbiamo il nostro spread: la nostra coscienza, la nostra anima (o come volete chiamarla) che ci intima di fare o non fare qualcosa; i nostri impegni quotidiani; le incombenze legate alla propria famiglia e al proprio partner; le scadenza lavorative; le apprensioni che sorgono dal tempo che passa.

Le nostre esistenze sono di fatto vincolate alle altre vite; per quanto ci piacerebbe poter vivere tranquilli su una spiaggia a sorseggiare una bevanda, per quanto ciò sia realmente desiderabile, saremo sempre esposti a un vincolo esterno. Di fatto: noi sappiamo chi siamo allorquando entriamo in contatto (e talora in competizione) con gli altri.

I giudizi che gli altri formano su di noi sono, in un certo senso, il fondamento dello “spread sociale”: più siamo socialmente accettati e ci sentiamo apparentemente realizzati, più lo spread è basso. In questo caso, parleremo di spread tra le nostre aspirazioni e quelle dell’uomo medio: quanto più coincidono, tanto più ci sentiamo rassicurati. Un meccanismo normale e rodato, di cui tutti fruiamo, ma che (se portato all’estremo) diventa la più confortevole delle gabbie.

Cosa succede, infatti, quando un’individualità prende il volo e decide di seguire la propria strada? Se siamo in presenza di un leader, ebbene il risultato è noto: dato che la massa ha una naturale inclinazione a seguire le ideologie e i comportamenti di chi vince, un comportamento anticonformista da parte di un leader non porterà ad un innalzamento dello spread “sociale”. Anzi, tutt’altro: il suo sarà un comportamento innovatore e visionario, che in breve tempo diventerà vincente e rispettato.

Quando, invece, ci si stacca da un sistema di pensiero consolidato, e lo si fa da una posizione di svantaggio materiale, sicuramente la massa avrà una reazione ostile e tenterà in tutti i modi di dissuadere il reprobo dall’intraprendere le sue determinazioni. Lo spread sociale si alzerà, dal momento che l’uomo medio comincerà a dire ai suoi simili che “quello lì è un pazzo, è un inaffidabile“. Gli altri cominceranno a non guardarlo in faccia e a trattarlo con sufficienza.

Questa dinamica elementare, che abbiamo appena visto, si applica ai singoli, alle comunità e anche agli Stati. L’Italia, in questi giorni, dopo che la formazione di un governo 5 Stelle-Lega appare più vicina, è appesa (nuovamente) alle peripezie dello spread, l’indicatore economico che misura il rischio percepito dalla massa di investitori.

Di nuovo, si serrano le fila di coloro che gridano “cambiate idea, non siete pronti, non siete capaci“. Di nuovo, la paura diventa il più formidabile silenziatore di ogni possibile slancio verso nuove terre e orizzonti non esplorati. Lo spread finanziario, in fin dei conti, non è altro che la misura matematica di una paura ben instillata nella maggioranza degli uomini.

Ma qui  ci viene in soccorso una vecchia massima, secondo cui non abbiamo avere paura di nulla, se non della paura stessa. Il complesso dello spread, quello che ci tiene legati agli altri solo tramite il vincolo del paura di sbagliare, non è una strategia lungimirante e, soprattutto, non è un qualcosa che porta felicità.

 

 

 

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