Le intermittenze della morte

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di Dalila Giglio

 

Che cosa accadrebbe se un giorno, d’improvviso, si smettesse di morire?

È il quesito da cui muove “Le Intermittenze della morte”, una delle opere più recenti di José Saramago, nella quale lo scrittore affronta il tema della morte in maniera assolutamente inedita e geniale, paventando lo scenario che si produrrebbe di fronte all’improvviso dissolversi della Nera Mietitrice.

L’immortalità, vale a dire ciò a cui gli esseri umani più anelano fin dalla notte dei tempi, fa capolino in un ameno paese il 31 dicembre di un anno imprecisato: a partire dalle ore ventiquattro del primo giorno del nuovo anno, nessuno più decede, moribondi inclusi.

Trascorso l’iniziale momento d’incredulità e di straniamento, l’euforia per il più inaspettato degli eventi s’impossessa degli abitanti del misconosciuto paese, i quali non mancano di manifestare coralmente e pubblicamente il loro giubilo per l’insperato cambio di corso intervenuto nelle esistenze di ognuno di essi.

Ben presto, però, la letizia lascia spazio alla preoccupazione per la scomparsa della morte. L’interruzione del ciclo naturale “nascita, crescita, riproduzione e morte” porta con sé, infatti, delle implicazioni pratiche e morali non di poco conto.

La prima ad avvedersene, chiaramente, è la Chiesa: “senza resurrezione non c’è Chiesa”, afferma, angosciato, un esponente del clero nel corso della telefonata col Primo Ministro, perfettamente consapevole del fatto che la religione cristiana sarebbe risultata assai meno appetibile in assenza della promessa della beatitudine della vita eterna che attendeva gli uomini retti e puri di cuore dopo la morte (destino, peraltro, comune a tutte le religioni che nella morte trovano la loro giustificazione).

Ad allarmarsi più della Chiesa, una volta certi che la nuova situazione sarebbe potuta durare anche per sempre, sono, per evidenti motivi, le agenzie di pompe funebri, le case di riposo, le assicurazioni e gli ospedali, che si vedono costretti ad adoperarsi per trovare una soluzione che permetta loro di sopravvivere a quello che alcuni di essi non esitano a definire “il peggiore degli incubi”.

Che si tratti realmente di un brutto sogno appare chiaro, ben presto, a tutti gli abitanti del paese e, in particolar modo, a coloro che hanno in casa un moribondo destinato a vivere in una situazione indignitosa per sempre.

Si dà il caso, però, che nei paesi limitrofi la morte non abbia interrotto la sua attività, sicché basterebbe condurre i “morti viventi” oltre la linea di confine per porre fine alle loro tristi esistenze: ed è proprio quello che succede a un certo punto, quando i non moribondi si rendono conto di non avere la forza di badare per sempre ai loro cari vivi ma morti.

Nel giro di poco tempo i flussi “migratori” diventano talmente imponenti da richiedere il presidio da parte delle forze armate, ai quali viene assegnato il compito di ridurli senza interromperli, essendo necessario ridurre una pressione demografica in continuo aumento.

Ed è proprio in questo momento che entra in gioco la maphia (l’autore la chiama volutamente così), con la quale il potere politico, onde non incorrere in ulteriori problematiche, stringe un “accordo tra gentiluomini”.

Decorsi sette mesi dalla fatidica notte di San Silvestro, tuttavia, la Morte, profondamente turbata dalle bassezze morali di cui gli umani si sono mostrati capaci nel lasso temporale in cui è stato concesso loro di non morire, decide di riprendere a fare ciò che le compete e invia una lettera rivolta alla popolazione con la quale informa la stessa dell’immediato ritorno alla normalità e della circostanza che, da quel momento in poi, le persone sarebbero state avvisate, tramite una lettera di colore viola, della loro imminente morte, affinché avessero tempo e modo di dar seguito alle loro ultime volontà.

Ripristinato lo status quo, la Morte riprende la sua “vita” di prima, fatta di lettere viola da scrivere e inviare e di azioni, esecrabili ma necessarie, da compiere, almeno fino al giorno in cui una delle missive purpuree non torna indietro per ben tre volte: per risolvere il problema dell’invio non riuscito, la Falce Nera è costretta a stravolgere il suo modus operandi e a fare i conti con una realtà sconosciuta che potrebbe portarla a rivedere i suoi piani.

A dispetto del tema trattato, Le Intermittenze della morte è un testo pieno di ironia -a volte amara- e di fantasia, che pone il lettore nella condizione di immaginare cosa potrebbe accadere se, d’improvviso, non si morisse più e poi, sempre d’improvviso, si tornasse a morire sapendo esattamente quando ciò avverrà.

Come un bravo psicologo, il Premio Nobel per la Letteratura si avventura negli abissi della psiche umana mostrandone le fragilità e i lati oscuri, arrivando, infine, a umanizzare la Morte stessa nel tentativo, forse, di restituire agli uomini un minimo di umanità.

Un romanzo nel romanzo, caratterizzato non solo dalla scelta di narrare gli eventi da una prospettiva insolita, ma anche da un uso della punteggiatura fatto di lunghi periodi interrotti solo dalle virgole e da dialoghi non virgolettati.

Un libro da leggere per non dimenticare il valore della vita e per capire la necessaria ineluttabilità della morte.

Tutti coloro che dovranno morire sono già morti da prima”.

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