Napul’è

Napoli

di Dalila Giglio

 

Misi piede per la prima volta nella città che diede i natali, fra i molti, a Totò e a Pino Daniele nel lontano 1997: ero in gita scolastica e vi trascorsi poco più di una mezza giornata. Ricordo che rimasi incantata dalla grandezza di piazza del Plebiscito, dalla maestosità del Chiostro di Santa Chiara e dalla bontà della pizza di “Michele”.

Ci sono tornata, stavolta per un breve soggiorno, ventun anni dopo -invogliata anche dalla visione della puntata speciale (andata in onda alcuni mesi fa) di una nota trasmissione divulgativa a essa dedicata-, il tempo necessario a rimanerne ammaliata e, al contempo, sconcertata.

Ebbene, dopo averla visitata, posso confermare che quel che si dice è vero: Napoli non è una città come le altre. Non lo è e non ambisce a esserlo. L’unicità della stessa sta nel suo saper essere esattamente quello che è, ovvero un gigantesco contenitore di bellezza e di bruttezza che convivono senza intralciarsi e manifestandosi indifferenza reciproca.

Nulla la descrive meglio della canzone che reca il suo nome nel titolo: lo pensavo, istintivamente, prima di visitarla e lo penso a maggior ragione adesso, dopo aver passeggiato per le sue vie, aver ammirato le sue bellezze ed essermi addolorata per le sue brutture.

Napule è tutte quelle cose di cui Pino ci canta: mille culture, mille paure, nu sole amaro, na carta sporca, na camminata dinte e viche, addore ‘e mare.

Se solo non ci avesse già magistralmente pensato lui, che ha saputo racchiudere l’essenza di questa straripante e sfuggente città in poche righe, vi direi che Napoli è veramente tante, troppe cose: il Vesuvio che la sovrasta, l’odore della pizza fritta, i cumuli d’immondizia per le strade, i muri pieni di scritte, il gusto amaro del caffè, i mezzi pubblici che non passano mai, il traffico selvaggio, San Gennaro e Maradona, le statuette dei presepi che raffigurano personaggi famosi, gli scooter che sfrecciano con a bordo persone che non indossano il casco, le canzoni neomelodiche, le donne che vestono in lungo alle cerimonie, la metropolitana più bella d’Europa, l’uso del Voi, i palazzi fatiscenti, i bambini che giocano a calcio per strada, gli anziani seduti davanti alla porta di casa, le mozzarelle fresche di giornata, i souvenir dedicati a Totò e alla Loren.

Napoli “è tanta”: tracotante, presuntuosa, eccessiva in tutto e per tutto, ma anche ospitale, generosa, solare, creativa, melanconica.

Quando vi si mette piede si entra in una sorta di “realtà parallela” nella quale, poiché tutto appare possibile e permesso, si è più o meno inconsciamente indotti ad abbandonare i freni inibitori e a concedersi condotte “libertine”, se non, in taluni casi, villane.

Lei ti dà tutta se stessa, nel bene e nel male, e si prende tutto te stesso senza nemmeno chiederti il permesso, senza curarsi di entrare in punta di piedi nella tua esistenza. Il grigio, Napoli, non lo contempla.

Potrei narrarvi della magnificenza del Cristo Velato, del borgo di Marechiaro e della Reale Cappella del Tesoro di San Gennaro -per citare solo alcune delle bellezze artistiche e naturali di cui la città è ricca -, ma la vera grandezza di Napoli sta nella napoletanità, in quel modo di essere che solo al suo interno è possibile respirare, assaporare e far proprio.

Si muore un po’, dopo aver visto Napoli, in effetti, ma non tanto nel senso che difficilmente si vedrà un posto più bello al mondo, quanto nel senso che, dopo averla vista, non si potrà mai più guardare al mondo con gli stessi occhi: Napoli ti entra dentro, ti avvolge nella sua morsa e non ti abbandona più.

“A Napoli ognuno vive in una inebriata dimenticanza di sé. Accade lo stesso anche per me. Mi riconosco appena e mi sembra di essere del tutto un altro uomo. Ieri pensavo: “O eri folle prima, o lo sei adesso”

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