La storia di Roberto Di Ferro, che si fece fucilare per non tradire i compagni

liberazione

Fonte: Il Fatto Quotidiano

 

Tra il 24 e il 25 di marzo del ’45, tre squadre della Wehrmacht si diressero a Trovasta, una frazione di Pieve di Teco (Imperia). Avevano avuto uno soffiata dalla fidanzata di un partigiano ed erano alla ricerca di un casolare in cui un gruppo di combattenti, stando alle informazioni ricevute, doveva aver trascorso la notte.  All’alba sorpresero dieci di loro all’interno della baracca, e li uccisero.

Risparmiarono soltanto un ragazzino, appena quattordicenne, con l’intenzione di farsi rivelare il nascondiglio della Divisione Garibaldi. Roberto Di Ferro venne catturato e portato nella sede del comune, dove nazisti e fascisti avevano allestito il loro quartier generale. Lo torturarono per due giorni, ma Di Ferro non parlò. Secondo alcune fonti, dopo che in fin di vita fu condotto su un carretto in riva al fiume Arroscia per la fucilazione, disse: “Uccidetemi, i miei compagni mi vendicheranno”.

Grazie al suo silenzio, i partigiani che si nascondevano sulle montagne tra le province di Imperia e Cuneo non vennero trovati. Roberto Di Ferro è, insieme a Filippo Illuminato, uno dei più giovani partigiani insigniti della medaglia d’oro al valor militare. Salì in montagna nell’estate del ’44 e morì un mese prima del 25 aprile. La sezione dell’Anpi di Albenga, guidata da Claude Acasto da quattro anni, prende il suo nome. Alle riunioni partecipaWanda Di Ferro, sorella di Roberto, nata due anni dopo di lui, nel ’32. Daniele La Corte, giornalista e scrittore, ha scritto “La Resistenza di Baletta”

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