La guerra dei dazi agita i rapporti Cina – Stati Uniti

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Donald Trump firma le prime misure commerciali contro la Cina
di Valentina di Virgilio
In queste settimane si sta scatenando una vera e propria “bufera commerciale” tra gli Stati Uniti di Trump e la Cina di Xi Jimping.
Un tentativo, quello di Donald Trump,  di risanare il deficit commerciale (che ammonta a 500 miliardi di dollari l’anno).
Proprio in questo senso vanno i dazi su alluminio ed acciaio, rispettivamente del 10% e 25%, che il governo americano ha imposto alla Cina, in quella che potrebbe essere letta come una misura “protezionistica”.
La risposta cinese non si è fatta attendere, con l’introduzione di dazi su 128 categorie di prodotti statunitensi, tra cui carne di maiale, frutta e vino.
Tale misura è stata presa per convincere il Governo americano a rivedere le proprie posizioni in merito ed eliminare i dazi precedentemente imposti, in quella che si configura quasi, a detta della Cina stessa e di diversi osservatori, una “guerra commerciale”.
Una reazione cautelativa e che è stata presa in conseguenza del fatto che tali dazi si applicassero ad alcuni Paesi e non ad altri, violando il principio di non discriminazione e minando gli interessi economico-commerciali cinesi.
Introducendo questi dazi, quindi, Trump avrebbe violato le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto).
Si era parlato di negoziati tra i due paesi, ma questi ultimi non sembrano aver dato frutti, considerando che i dazi annunciati dalla Cina sono più alti di quelli inizialmente previsti.
Trump, tuttavia, non sembra aver preso particolarmente bene la reazione cinese, a cui ha reagito, semmai, in modo ancora più aspro, imponendo ulteriori dazi, questa volta su 1.300 categorie di beni, principalmente riguardanti la tecnologia, ma anche sull’abbigliamento, i macchinari, l’aerospaziale e le tecnologie dell’informazione e della comunicazione.
Tali provvedimenti vengono giustificati come una “ritorsione” per i “furti” di segreti tecnologici e commerciali statunitensi da parte della Cina e per le sue politiche sleali nei confronti delle aziende americane.
Un’ulteriore risposta della Cina non si è fatta attendere, istituendo dei controdazi sui prodotti agricoli, misure moderate ma che colpiscono la base elettorale di Trump.
Il presidente degli Stati Uniti, tuttavia, sembra aperto a negoziati con la Cina, al fine di “perseguire un commercio libero, giusto e reciproco e proteggere la tecnologia e la proprietà intellettuale delle aziende americane e degli americani“, secondo le parole pronunciate da Trump stesso in una delle sue dichiarazioni.
Le conseguenze economiche di questa “guerra commerciale” tra Stati Uniti e Cina hanno ripercussioni anche fuori da questi due stati. Infatti,  se l’indice Dow Jones di Wall Street ha perso il 3%, nel resto dell’Europa si temono rischi per la crescita economica.
C’è da dire che l’Ue ha riaffermato la sua unità, specie nel rispondere rapidamente e all’unanimità alle misure prese da Trump, dicendosi in disaccordo con l’introduzione dei dazi.
Secondo alcune dichiarazioni rilasciate martedì 10 aprile, fornite dallo stesso presidente cinese, Xi Jinping, sembra esserci uno spiraglio nell’apertura del mercato cinese.
Riduzione di dazi sulle importazioni di auto, maggiori garanzie per la tutela della proprietà intellettuale e una scossa alla mentalità “protezionistica”, che non è più pensabile al giorno d’oggi, sono alcuni esempi di quanto detto nel discorso al Forum di Boao, sull’Isola cinese di Hainan, alla sua prima uscita dopo essere stato rieletto presidente della Repubblica Popolare Cinese.
La “guerra commerciale” con Washington sembra attenuarsi e il presidente cinese ci tiene a rassicurare i mercati, le cui Borse (sia in Asia, Europa ed America) sono in salita.
Anche lo stesso Trump sembra grato per le parole di Xi, soprattutto per quanto riguarda la proprietà intellettuale e sul trasferimento di tecnologie.
Nonostante i toni distesi del suo discorso, Xi ha mandato messaggi indiretti al Presidente degli Stati Uniti, soprattutto per quanto riguarda il clima da “guerra fredda” respirato nelle ultime settimane, proprio in corrispondenza dell’introduzione di dazi nei confronti di alluminio ed acciaio e continuato con le contromosse dell’una e dell’altra parte.
Il presidente cinese ha tenuto conto degli sviluppi profondi di quest’ultimo periodo, tenendo conto di problemi globali, quali povertà e cambiamenti climatici.
A questo proposito, si è detto in accordo con principi di cooperazione e sviluppo pacifico a livello mondiale, condannando la chiusura (nuovamente riferendosi alle misure protezionistiche americane).
Inoltre, ha espresso la volontà di non compromettere gli equilibri di nessun paese, nè di ricercare qualunque tipo di egemonia, a prescindere dal tipo di sviluppo che la Cina potrà sviluppare in futuro.
Anche in considerazione alle recenti accuse, da parte di Trump, di presunto furto di proprietà intellettuale americana e trattamento iniquo per le aziende degli Stati Uniti, Xi ha annunciato che verranno create condizioni migliori per gli investimenti, chiudendo i monopoli e incoraggiando la trasparenza e la competitività.
Inoltre, i diritti di proprietà intellettuali verranno rinforzati, mentre espanderà le importazioni e, anche, l’accesso al mercato interno, settore finanziario in primis.
Un altro segnale a Trump è la diminuzione delle tariffe per le auto straniere sul mercato cinese (25% in meno, contro il 2,5% degli USA), anche se sui dazi per acciaio ed alluminio non transige, testimoniato dal ricorso al Wto (l’Organizzazione Mondiale del Commercio), considerati una manovra ingiusta e che lede il principio di non discriminazione, alla base del commercio.
E’ proprio sui dazi che non si riesce a trovare un accordo: infatti, il portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino, Geng Shuang, ritiene molto difficile, se non impossibile, condurre negoziati sul commercio.
Gli Stati Uniti vengono accusati di protezionismo ed unilateralismo, mentre la Cina si è detta disposta a combattere “fino alla fine” e “a ogni costo” questi tentativi di protezionismo da parte dell’America.
L’atteggiamento di Trump sulla guerra commerciale che imperversa nelle ultime settimane sembra vago, nonostante i segnali di parziale distensione.
Il Segretario al Tesoro di Washington, Steven Mnuchin, ha dichiarato davanti ai microfoni della Cbs: “Non mi aspetto una guerra commerciale. Ci potrebbe essere, ma non me l’aspetto per niente”.
Dalla controparte cinese si sono pensate possibili contromisure, in caso questa “guerra commerciale” dovesse protrarsi più del dovuto.
Ad esempio, investendo i fondi della Cina in “asset reali” (vale a dire i beni “tangibili”, come  materie prime, l’immobiliare, l’energia, i servizi di pubblica utilità), invece che in buoni del Tesoro Usa, di cui la Cina è il primo detentore al mondo.
Ma la preoccupazione più urgente è capire gli effetti dello scontro con gli Stati Uniti, connessi anche con un eventuale deprezzamento dello Yuan, la valuta cinese.
Ancora non si conoscono le reali conseguenze di questa “guerra”, ma quello che sembra abbastanza certo è che non ne saranno influenzate solo le potenze direttamente coinvolte.
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