Sauro Tomà, addio al Grande Torino

Toro

Fonte: Guerin Sportivo

 

Con la morte di Sauro Tomà se ne va da questa terra, a 92 anni di età, l’ultimo giocatore del Grande Torino rimasto in vita. Non certo uno degli undici che tutti sanno o dovrebbero sapere a memoria, ma una buona riserva che due anni prima di Superga era arrivata in granata dallo Spezia, per fare da rincalzo al duro Aldo Ballarin e all’elegante Maroso, soprattutto a Maroso, come terzino. Scampò alla tragedia perché era alle prese con uno dei suoi frequenti infortuni e non fu quindi considerato abile nemmeno per un’amichevole, come era quella con il Benfica in onore del grande Xico Ferreira. Non un addio al calcio ma una partita per fare cassa, anche a beneficio delle stesso Ferreira, che dopo Superga avrebbe continuato ancora per qualche anno e sentendosi in colpa avrebbe mandato anche aiuti finanziari ai parenti delle vittime.

Nonostante la fortuna di essere rimasto vivo, Superga è stata però una condanna anche per Tomà. Che sarebbe rimasto al Torino altre due stagioni prima di chiudere la carriera in calando con Brescia e Bari e di essere inserito in un circuito di rievocazioni un po’ macabro, a raccontare sempre le stesse cose, dall’amicizia con Valentino Mazzola ad altri dettagli. Sarà anche vero che gli eroi devono morire giovani, ma la vita di chi rimane non sempre è facile, anche quando come Tomà si è innamorati della maglia granata. Soprattutto quando negli occhi di qualcuno legge un cattivo pensiero del genere ‘Ma perché non sei morto tu invece di Mazzola e Ossola?’.

In realtà Tomà non fu l’unico a scampare a Superga e nemmeno quello con la storia più incredibile. Era infortunato a una gamba, mentre ammalato di broncopolmonite era il presidente Ferruccio Novo che sognava di portare Ferreira in maglia granata ma su consiglio del medico decise di rimanere a casa. Prevista da tempo era anche l’assenza di Nicolò Carosio, che era stato invitato come semplice ospite (di certo la RAI non aveva previsto radiocronache) ma che per impegni di famiglia o semplicemente perché non aveva voglia non si aggregò ai giornalisti al seguito (morirono Renato Casalbore, fondatore di Tuttosport, Renato Tosatti della Gazzetta del Popolo, padre di Giorgio Tosatti, e Luigi Cavallero della Stampa), mentre provvidenziale fu l’influenza di Luigi Giuliano, centrocampista del settore giovanile che godeva di grande considerazione e che infatti avrebbe avuto una buona carriera nel Torino e nella Roma. Fra i possibili partenti c’erano anche Vittorio Pozzo, che da quasi un anno non era più il commissario tecnico azzurro ed era tornato a fare il giornalista (La Stampa però mandò Cavallero), occupandosi anche della crazione del centro tecnico di Coverciano. Si parlò addirittura di Tommaso Maestrelli, proprio il futuro allenatore della Lazio del primo scudetto, che il Torino stava per trattando con la Roma e che avrebbe voluto aggregare alla rosa per valutarlo meglio. Altri giocatori di quel Torino, come Alfio Balbiano e Pietro Biglino, sapevano invece già da tempo che sarebbero rimasti in Italia.

Il miracolato in senso stretto fu però il secondo portiere Renato Gandolfi, che stava benissimo e aveva già fatto i bagagli per Lisbona. Ballarin però fece pressioni su l’allenatore Erbstein e sul presidente perché in Portogallo, come vice di Bacigalupo, venisse mandato suo fratello Dino che dei granata era il terzo portiere. Novo non ebbe il coraggio di dire di no ad uno dei senatori della squadra e così Gandolfi (scomparso nel 2011) rimase a casa, arrabbiato anche per il mancato incasso. All’opposto la sfortuna dell’accompagnatore Andrea Bonaiuti fu atroce. Aveva paura dell’aereo e così era andato a Lisbona in treno, ma la fatica del viaggio lo convinse a prendere l’aereo al ritorno. Aereo che era al limite della capienza e che proprio per questo lasciò a terra una hostess (l’unica prevista, fra l’altro), di cui non abbiamo mai letto il nome ma che di sicuro aveva una buona stella. Fra le tanti voci circolate la sera di quel pazzesco 4 maggio 1949 c’era anche quella che voleva Valentino Mazzola rimasto a Lisbona perché si sarebbe sentito male prima del decollo. Tutto è appeso a un filo, nel calcio e nella vita, ma è indiscutibile la grandezza di quel Torino: non per gli scudetti consecutivi vinti (cinque, più due scippati dalla guerra) e nemmeno per il Sistema, che era stato inventato in Inghilterra (in termini moderni una sorta di 3-4-3) due decenni prima, ma per la modernità in un certo senso eterna di alcuni suoi campioni, soprattutto Maroso, Castigliano e Mazzola. E anche, va detto, perché tutti i miti sportivi dell’Italia della ricostruzione, da Coppi in giù, rimangono (per fortuna, visto che la premessa è una guerra) ineguagliabili.

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