Il caso Facebook, spiegato bene

Mark Zuckerberg
In foto, un giovane Marc Zuckerberg

di Anna Iatì

 

Negli ultimi tempi abbiamo sentito parlare dello scandalo relativo ai dati sottratti all’interno di alcuni profili Facebook da parte di Cambridge Analityca (azienda di consulenza e per il marketing online). Chiariamo qual è il ruolo di Cambridge Analityca.

La società in questione è specializzata nel raccogliere un’enorme quantità di dati dagli utenti del social network: numero dei “Mi piace” sui post, maggior numero di commenti, dove condividono i loro contenuti etc. Con queste informazioni, avendo i dati riguardanti le loro abilità e caratteristiche personali, è possibile elaborare un profilo per ognuno degli utenti,. I dati così ottenuti finiscono ai cosiddetti “broker di dati” (società che raccolgono informazioni su abitudini e consumi delle persone). A seguito di questo scambio di dati, si può dire che Cambridge Analityca ha sviluppato un sistema di pubblicità personalizzata per ogni singola persona.

Ancora più grave la questione riguardante le presunte interferenze della Russia nelle elezioni statunitensi ed il presunto coinvolgimento di Trump. Si presume, quindi, che Cambridge Analytica abbia favorito Trump a discapito di Hilary Clinton nelle scorse elezioni presidenziali. Un altro evento da sottolineare è riportato in un articolo, risalente a maggio del 2017, pubblicato dal Guardian, in cui viene approfondita l’inchiesta riguardante Cambridge Analityca ed il suo ruolo nella campagna referendaria per la Brexit.

Passiamo al dunque. Sono stati molteplici gli attacchi al social, ma quanti e quali sono coerenti? Iniziamo da Sean Parker (ex presidente di Facebook), il quale denuncia la “natura manipolatrice” insita all’interno del social. È ironico in quanto lui stesso ha contribuito alla costruzione di Facebook, dal quale ora si dissocia e ne solleva critiche. Mi sembra una sorta di giustificazione per portarsi ai ripari dallo scandalo in corso che, però, per menti pensanti, credo sia piuttosto chiaro come questa è solo un’altra forma di ipocrisia che non sarebbe mai venuta a galla se lo scandalo in questione non fosse mai scoppiato. Contrariamente all’incoerenza mostrata da Parker, il direttore di Wired UK (David Rowan) non ha un account Facebook e si mantiene alla larga da Facebook e Google. Rowan ha trovato ben sei motivi per cui non utilizzare Facebook e social network simili, nonostante esso sia stato definito come “vecchio e uncool”. Per citare i principali: “le aziende private non fanno i vostri interessi”, pensiamo alla possibilità da parte degli inserzionisti di sapere con precisione i nostri like, gli interessi, le foto e tutte le connessioni sociali; “internet non dimentica”, ricordiamo la frase di Obama; “e oltretutto, perché vendere a un’azienda le proprie conversazioni?”, a riguardo basti pensare come, con tutte le parole pubblicate ogni giorno, Facebook  possa fare più o meno ciò che vuole con i nostri dati, compreso venderli.

In conclusione, è bene riflettere sulle personalità, anzitutto, a capo di queste aziende che, volente o nolente, manipolano i nostri comportamenti ed i nostri dati. Personalmente, prediligo la coerenza all’ipocrisia di chi, creando questi sistemi “malati” e contro la nostra privacy, si dissocia dal proprio prodotto in quanto non più “conveniente”. Da qui anche la critica di Facebook su Facebook stesso. Sono dell’idea che, se non incontra il proprio gusto personale, allora è meglio non rimanere all’interno di un social network per criticarlo. Questo tipo di atteggiamento risulta solo ridicolo e paradossale, oltre che controproducente per la persona stessa. Detto ciò, impariamo a non aver paura del nostro pensiero ma, nel condividerlo con gli altri, usiamo la coerenza, cosa rara, che porta ad essere più credibili e liberi.

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