Picchia Romeo!

romeo

di Giuseppe Lupoli

 

Ognuno di noi ha il proprio modo di interpretare il ruolo che nella vita il caso gli affida. Nel calcio il numero dieci è, da sempre, portato sulle schiena da giocatori di classe, che fanno sognare i tifosi e, in tanti casi, fanno vincere i trofei. Alla Juventus, sono abituati molto bene: da Sivori a Dybala, passando per Platini, Baggio e Del Piero, grandi calciatori hanno portato questa maglia pesante.

 

Tutti giocatori agili, tecnici e fantasiosi, che hanno, ognuno con il proprio stile di gioco, segnato molto e vinto altrettanto; il loro fattore comune era dare spettacolo. C’è stato, però, in mezzo a tanto luccichio, un giocatore con il numero dieci, che invece di usare il fioretto, usava la sciabola; era dotato di gambe fortissime, un temperamento focoso ed un viso da attore da spaghetti-western o da poliziotteschi. Il suo nome è Romeo Benetti.

 

Questo calciatore giocò con diverse squadre, vincendo trofei con Milan e Roma, ma è in maglia bianconera che divenne un idolo della curva Filadelfia del vecchio Comunale di Torino. In quella Torino degli “Anni di Piombo”, in cui una buona parte del tifo juventino della città era di origine meridionale, lui con quella forza e tenacia divenne un simbolo di una squadra talentuosa, ma anche “operaia”. “Picchia Romeo” diventò una hit tra i cori bianconeri.

 

Benetti indossò la maglia bianconera dal 1976 al 1979, dopo essere stato già alla Juventus ad inizio carriera, solo per una stagione (1968-69). Nella sua seconda esperienza sotto la Mole, dopo aver accumulato tante partite con Sampdoria e Milan, arrivò a fare la differenza, quando invece sembrava, ormai, in fase calante.

 

Vinse due scudetti e con una squadra tutta italiana, anche, contro l’Athletic di Bilbao, la coppa Uefa nel 1977, primo trofeo confederale del club piemontese. Finì nel 1981 la carriera con la Roma.

 

Questo giocatore, dotato di un tiro forte e preciso, dal contrasto ruvido e dalla corsa continua, cambiò, per un breve periodo, il modello di numero dieci della storia della Juventus passando, a modo suo, alla storia. Questo ci fa capire che, non sempre, per fare bene sia necessario seguire il modo di fare consueto, ma che sia utile un po’ di intraprendenza , perché ognuno di noi può fare la differenza con le proprie caratteristiche, senza omologarsi ad un modello predefinito.

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