Ho il cancro alla prostata, ma sono sereno

Monbiot

 

I principi che definiscono una vita buona mi proteggono dallo scoramento, nonostante questa diagnosi e l’orribile intervento chirurgico cui ora mi trovo di fronte.

E’ arrivata, come spesso fanno queste cose, alla stregua di un colpo di pistola in una strada silenziosa: scioccante e disorientante. All’inizio di dicembre la mia urina era diventata di colore scuro. Il giorno dopo mi ero sentito febbricitante ed avevo scoperto che mi era difficile urinare. Avevo capito subito di avere una infezione del  tratto urinario. Era una cosa spiacevole, ma non sembrava essere un grosso problema. Ora so che tutto questo potrebbe avermi salvato la vita.

Il medico mi aveva detto che questa infezione era inusuale in un uomo della mia età ed aveva ventilato l’ipotesi di una patologia preesistente. Così ho fatto gli esami del sangue, da cui è emerso che i valori del mio antigene prostatico specifico (PSA) erano oltre il massimo. Una risonanza magnetica ed una mortificante biopsia avevano confermato i miei sospetti. Cancro della prostata: capita a tutti i giovani di successo in questo periodo.

Lunedi subirò l’intervento chirurgico. La ghiandola prostatica è situata abbastanza in profondità nel corpo umano, ne deriva che la sua rimozione è un intervento di una certa importanza: ci sono sei punti di ingresso e la cosa richiede quattro ore. La procedura andrà ad interferire con le radici stesse della mia virilità. A causa dei danni che verranno fatti sui nervi circostanti c’è il grosso rischio di una disfunzione erettile permanente. Siccome l’uretra deve essere resecata e riattaccata alla vescica, soffrirò certamente di incontinenza urinaria per alcuni mesi, e forse in modo permanente. Dal momento che la rimozione di parte dell’uretra causa la retrazione del pene, sembra che esso si restringa, almeno fino a quando non può ritornare normale con l’erezione.

Mi era stata offerta una scelta: chirurgia drastica o brachiterapia. Con questo termine si intende l’impianto di granuli radioattivi in quelle parti della prostata affette dal cancro. La brachiterapia ha meno effetti collaterali e la guarigione avviene molto più in fretta. Ma c’è un problema. Se non si riesce ad eliminare il tumore, non c’è nulla che si può fare di più. Questa terapia fa aderire la ghiandola prostatica all’intestino ed alla vescica, rendendo estremamente difficoltoso l’intervento chirurgico. Dopo che vi siete presi la vostra dose di radiazioni non ve ne daranno un’altra. Mi era stato detto che,  nel mio caso,  le chances di successo della brachiterapia erano fra il 70 e l’80%. In altre parole, le probabilità erano peggiori di quelle che avrei avuto giocando alla roulette russa (che, con una pallottola in un revolver a sei colpi, vi dà una probabilità (di sopravvivenza) dell’83%). Anche se ho una certa propensione al rischio, questa non era un’opzione attraente.

Sarebbe stato facile maledire la sorte ed iniziare a chiedermi, “Perché proprio a me?” Non ho mai fumato e si e no bevo, seguo una dieta ridicolmente salutare e faccio attività fisica in maniera pesante. Sono venti o trent’anni più giovane degli uomini che vedo nelle sale d’attesa. In altre parole, avrei avuto un minor rischio di cancro prostatico solo se fossi stato femmina. E tuttavia… sono felice. Infatti sono più felice di quanto lo fossi prima della mia diagnosi. Come mai un fatto del genere?

La ragione è che ho cercato di mettere in pratica i tre principi che, credo, stanno all’origine di una buona vita. Il primo è il più importante: immaginarsi quanto peggio sarebbero potute andare le cose, piuttosto di quanto meglio.

Quando vi diagnosticano un cancro alla prostata la vostra condizione viene valutata sulla base della Scala di Gleason, che misura il suo grado di aggressività. Il mio ha avuto un punteggio di 7 su un massimo di 10. Ma questo non mi fa capire quale sia la mia condizione generale. Avevo bisogno di un altro indice per stimare la gravità del mio stato, così ne ho inventato uno: il Punteggio Tempesta di Merda. Com’è la mia situazione, se confrontata a quella di gente di mia conoscenza che lotta con problemi medici di altro tipo o con tragedie familiari? Com’è, in rapporto a quello che sarebbe potuto succedere se il tumore non fosse stato scoperto quando – apparentemente – era ancora confinato nella ghiandola prostatica? Com’è in confronto agli innumerevoli altri disastri che avrebbero potuto capitarmi?

Una volta finito l’esercizio, mi sono reso conto che questa sfortuna, lungi dall’essere motivo di disgrazia, è un memento di quanto io sia fortunato. Ho l’amore della mia famiglia e degli amici. Ho il sostegno di quelli con cui lavoro. Ho il NHS.  Il mio Punteggio Tempesta di Merda è un misero 2 su 10.

La tragedia del nostro tempo è che, piuttosto che mettere in pratica il più utile dei proverbi inglesi: “stai allegro, potrebbe peggiorare”, siamo costantemente indotti ad immaginare quanto meglio sarebbero potute andare le cose. Tutti gli elenchi di ricchi e di potenti di cui sono colmi i giornali, la nostra cultura strapiena di celebrità, gli odiosi miliardi spesi in marketing e pubblicità, creano un’infrastruttura del confronto che ci porta ad autoconsiderarci privi di quello che gli altri possiedono. E’ la formula dell’infelicità.

Il secondo principio è questo: cambia quello che puoi cambiare, accetta quello che non puoi. Questa non è la formula della passività: ho trascorso tutta la vita lavorativa cercando di modicare esiti che ad altre persone sarebbero sembrati inalterabili. La tesi del mio ultimo libro è quella che il fallimento politico, in ultima istanza, è il fallimento dell’immaginazione. Talvolta non ci resta altro che accettare come tale un ostacolo insuperabile. Il fatalismo, in questi casi, è una forma di protezione. Accetto il fatto che il mio destino sia nelle mani degli dei.

Così non farò una tirata sulla morbilità che potrebbe derivare da questo intervento. Non farò come Groucho Marx che, all’età di 81 anni, si lamentava pomposamente: “Sto andando nello Iowa a ricevere un riconoscimento. Poi sarò alla Carnegie Hall: tutto esaurito. Dopodiché salperò per la Francia per essere insignito di un’onorificenza dal governo francese, tutto questo lo scambierei con un’erezione”. E oggi c’è il Viagra.

Il terzo principio è questo: non permettere alla paura di governare la propria vita. La paura ci soffoca, non ci fa pensare razionalmente e, o ci impedisce di lottare contro quello che ci opprime oppure di interagire serenamente con il nostro impersonale destino. Quando mi hanno detto che questo intervento aveva un 80% di probabilità di successo, il mio primo pensiero è stato: “questo è più o meno come una delle mie escursioni in kayak. E’ almeno il doppio delle probabilità di riemergere da uno di quei servizi in Papua Occidentale o in Amazzonia”.

Credo che siano tre i passi per dominare la paura: nominarla, normalizzarla, socializzarla. Per troppo tempo il cancro è rimasto chiuso nel cassetto con l’etichetta Cose di Cui Non Parlare. Quando lo chiamiamo il Grande C, diventa,  nelle nostre menti, esattamente  come implica il nome, non più piccolo, ma più grande.  Colui Che Non Deve Essere Nominato rimpicciolisce al parlarne e rimpicciolisce ancora di più quando diventa argomento quotidiano di conversazione.

La super-volontaria Jeanne Chattoe, che ho intervistato di recente per un altro articolo, mi ha ricordato che, solo 25 anni fa, il cancro al seno era un argomento tabù. Grazie ai sorprendenti contributi delle sue vittime, una cosa del genere oggi è quasi impossibile da immaginare. Ora dobbiamo fare lo stesso per gli altri tipi di cancro. Facciamo in modo che non ci siano più segreti terrificanti.

Perciò ho scelto di parlare del mio cancro alla prostata allo stesso modo di come avrei fatto per qualunque altro argomento. Non mi scuso affatto per avervi reso edotti di particolari scabrosi: più diventano familiari, meno sono terrificanti. Nel farlo, socializzo la mia condizione. Il mese scorso, ho parlato di come ci siano prove inconfutabili del fatto che (appartenere ad) una comunità compassionevole fa aumentare le guarigioni e riduce la mortalità. Quando parlo del mio cancro con amici e familiari sento proprio l’amore che, lo so, mi permetterà di superare tutto questo. La vecchia strategia di soffrire in silenzio non avrebbe potuto essere più fuorviante.

Avevo avuto l’intenzione di usare questo articolo per indurre gli uomini a sottoporsi al test. Ma, dopo la mia diagnosi, ho scoperto due cose. La prima è che il tumore della prostata ha superato il cancro al seno, fino a diventare il terzo delle principali neoplasie-killer del Regno Unito.  La seconda è che l’esame di routine (il PSA ematico) è di scarsa utilità. Dal momento che è  improbabile che il tumore prostatico,  nella fase iniziale, dia sintomi, è difficile immaginarsi che cosa potrebbero fare gli uomini  per proteggersi. L’infezione del tratto urinario è stata un notevole colpo di fortuna.

Invece, vorrei spingervi a sostenere la ricerca portata avanti da Prostate Cancer UK , volta allo sviluppo di un test migliore. Il cancro al seno ha calamitato praticamente il doppio di fondi e di ricerca rispetto al tumore alla prostata, non perché (come vorrebbe far intendere il Daily Mail) gli uomini sono le vittime di un’ingiustizia, ma perché l’impegno femminile è stato veramente determinante. Campagne come quelle di Men United e della Movemberg Foundation hanno cercato di colmare questo gap, ma c’è ancora molta strada da fare. Il cancro alla prostata è discriminante: per ragioni ignote gli uomini di colore hanno una probabilità doppia di ammalarsi rispetto ai bianchi. Mettere a punto test e terapie migliori è una questione sia di urgenza che di giustizia.

Da questo ne uscirò. Mi terrò questa patologia ma non ne sarò condizionato: non mi farò prostrare dalla  mia prostata. Sarò assente per qualche settimana ma, al mio ritorno, giuro solennemente che continuerò ad essere quel vecchiaccio polemico a cui voi siete abituati.

 

George Monbiot

Fonte: www.theguardian.com

Traduzione a cura di http://www.comedonchisciotte.org

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