La decrescita: ultima speranza per salvare la Terra?

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di Giacomo Giglio

 

Ogni giorno, specialmente dopo lo scoppio della grande crisi economica (non ancora completamente terminata), i telegiornali sgranano davanti ai nostri occhi il rosario del Pil, del deficit e del debito: sgranocchiamo avidamente percentuali e statistiche, inginocchiandoci così alla religione dell’economia –  che è professata non solo dai manager in carriera, ma anche da moltissimi dipartimenti universitari e dai pubblicitari di tutto il mondo.

In una società che ha dismesso religioni e credenze, l’uomo moderno spesso, infatti, vive in una condizione straniante: non potendosi aggrappare a visioni di lungo respiro, si abbarbica ai numeri e all’economia, pensando così che la fredda razionalità della matematica possa fornirgli quel supporto morale di cui sente ineludibilmente bisogno.

Tuttavia, da ormai decenni esiste un modo alternativo di pensare: non più sudditi della performance economica, non più obbligati a indebitarci per proseguire uno stile di vita fatto di finte soddisfazioni e di concrete rate da pagare, ma capaci finalmente di affrancarci dalla dittatura del dato economico. Come magistralmente sostenuto da un notissimo intervento[1] del presidente americano J.F. Kennedy, “il Pil non misura la qualità dell’aria che respiriamo e neppure il sorriso dei nostri figli. In breve il Pil misura tutto salvo ciò per cui vale la pena di vivere”. Non più crescita, ma decrescita; non più Pil, ma felicità: questo ci direbbe la logica.

Serge Latouche è considerato il “guru” della decrescita globale ed è stato citato un riferimento per milioni di giovani studiosi attratti da una prospettiva di uscita dal capitalismo globale. “Ho studiato l’economia – ha affermato recentemente in un’intervista[2] – ma dopo me ne sono distaccato. Ho perso la fede nell’economia. Ho capito che si tratta di una menzogna, l’ho capito in Laos dove la gente vive felice senza avere una vera economia perché quella serva solo a distruggere l’equilibrio. È una religione occidentale che ci rende infelici. Il capitalismo di oggi è la negazione della bellezza, dell’arte e della poesia: chi si dice soddisfatto di un tale sistema certamente ha una visione superficiale”.

L’estremizzazione del clima, l’accrescimento indefinito delle disuguaglianze globali e le migrazioni dei poveri ci pongono di fronte a un quesito inquietante dal quale non possiamo fuggire: per quanto tempo potremo ancora far finta di nulla? Pare davvero che la sabbia nella clessidra stia finendo: gli ecosistemi sono al limite del collasso in molte zone del mondo (si pensi, ad esempio, al disboscamento terribile delle foreste amazzoniche o all’enorme chiazza di rifiuti che deturpa l’Oceano Pacifico) e ogni anno che passa contiamo i danni di uragani sempre più potenti o di siccità sempre più preoccupanti. Senza contare le guerre che si scatenano in Africa e in Medio Oriente, spesso causate proprio dal desiderio di accaparrarsi le risorse naturali dei territori.

È stato calcolato che, se tutto il globo consumasse energia e risorse quanto fa un americano medio, avremmo necessità di quattro Pianeti: ciò dà l’idea dell’incredibile ingiustizia a cui assistiamo, uno scandalo che anche Papa Francesco ha indicato come il male peggiore del secolo in cui viviamo. “L’iniquità è la peste del secolo[3], ha detto il Pontefice. La chiave di tutto sta nel nostro stile di vita: siamo abituati al troppo e alla sovrabbondanza, riempiamo carrelli come se non ci fosse un domani…e, così facendo, creiamo le condizioni affinché il domani davvero non ci sia. Ci ingozziamo di cibo, oggetti per la casa, bevande, indumenti: per molti la vita stessa è diventata una sequenza ininterrotta di acquisti online da esibire sui social network o nelle uscite con gli amici.

La decrescita felice è un’utopia, dicono gli immancabili realisti, e certamente hanno molte ragioni per affermarlo. È davvero difficile pensare che buona parte dell’umanità possa “convertirsi” e accettare di ridurre la propria fetta di consumi. Anche se ciò per miracolo avvenisse, inoltre, vi sono fondate ragioni per credere che ormai il cambiamento climatico sia un fenomeno così innestato da poter essere ritenuto irreversibile. Ciononostante, l’invocazione a una vita più sobria e meno dipendente dal consumismo non può che far bene: abbiamo bisogno di buttarci alle spalle troppi anni passati a rincorrere il fantasma di una ricchezza artificiale, mentre i nostri mari e le nostre terre ci dicevano di non poterne più.

[1] http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2013-03-13/kennedy-misura-tutto-eccetto-110557.shtml?uuid=Aby2VadH

[2] http://www.repubblica.it/economia/2015/05/10/news/latouche_decrescita_felice-113782708/

[3] https://w2.vatican.va/content/francesco/it/messages/lent/documents/papa-francesco_20171101_messaggio-quaresima2018.html

 

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