Intervista a Luca Sciortino, il filosofo-viaggiatore che ha fatto 18.000 chilometri all’avventura

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Oltre e un cielo in più” è nelle migliori librerie
Intervista a cura di Giacomo Giglio

 

Luca Sciortino è una persona difficile da definire con un aggettivo o con una professione: filosofo, scrittore, viaggiatore, ricercatore…sono le etichette che utilizziamo per racchiuderne l’essenza, ma in realtà l’esistenza di un uomo va molto oltre questo. L’amore per la conoscenza – che in greco, ricordiamolo, si traduce proprio con “filosofia” – lo ha portato a studi variegati: la laurea in fisica (ottenuta a Pisa) è stata l’apripista di un percorso multiforme che lo ha spinto ad occuparsi di comunicazione e, ovviamente, di filosofia, ottenendo incarichi prestigiosi nelle università britanniche.

La necessità di conoscere, tuttavia, non si ferma ai libri: uno spirito onnivoro ha bisogno di spazi, di orizzonti da vedere, di nuovi profumi da scoprire. Nel 2016 si materializza il viaggio della vita: una traversata di 18.000 km lungo il continente euroasiatico, condotta tramite mezzi di fortuna (compresi passaggi di spericolati autotrasportatori russi). Una piccola epopea che è finita in “Oltre e un cielo in più”: edito da Sperling&Kupfer, il libro può ricordare i grandi classici della letteratura di viaggio, proprio perché il suo autore ha deciso di raccontare semplicemente, senza fronzoli, la storia di un mondo che cambia e che rimane al contempo sé stesso.

Un globo deturpato dalla povertà, dai cambiamenti climatici e dagli eccessi della globalizzazione; ma, allo stesso tempo, un pianeta straordinariamente ricco di cultura, di diversità, di narrazioni uniche a cui quasi più nessuno ha voglia di prestare ascolto.

 

1) Innanzitutto, partiamo dal titolo: “Oltre e un cielo in più”. Comunica subito un’idea di ricerca dell’infinito: il tuo viaggio è stato in un certo senso una sfida alla morte e alla finitezza?

C’è un tipo di morte che si annida nelle pieghe della nostra vita: la noia, la fissità, la ripetizione. Toglie intensità e bellezza alla nostra esistenza, influisce sulla nostra disposizione verso gli altri, intorpidisce le nostre menti, modella le nostre scelte. Nessuno se ne accorge finché non esce fuori dalla propria quotidianità. Penso che il mio viaggio sia stato una sfida a questo tipo di morte subdola e che il mio libro Oltre e un cielo in più sia la storia di questa sfida. Come tale, il mio racconto infonde nuova energia e luminosità in chi lo legge stimolando una nuova apertura alla diversità delle culture e alla loro conoscenza.

2) La partenza dell’isola di Skye (un luogo straordinario, ma ormai “invaso” dal turismo di massa) ha un significato simbolico o semplicemente ti sei alzato dal letto e hai deciso di andare verso Est?

Non ha alcun significato simbolico. È semplicemente accaduto che mentre mi trovavo lì, nell’isola di Skye, per una breve vacanza ho deciso di mettermi in marcia, andando verso Oriente. Anzi, preciso, è accaduto che ho avuto il coraggio di mettermi in marcia. Ero un turista e mi sono ritrovato un uomo in cammino, un viandante, un nomade. E così ho fatto la mia strada viaggiando senza un piano ben preciso. La gioia di conoscere mi ha aiutato a superare la difficoltà di andare avanti da solo.

3) Europa contro Russia, Islam contro Cristianesimo: viviamo in tempi di semplificazioni e (secondo alcuni) di scontro di civiltà… tu quale bilancio hai tratto sull’umanità? Possiamo ancora salvarci dal prevalere dei pregiudizi e delle incomprensioni?

La chiusura verso gli altri, i pregiudizi e il razzismo sono in larga parte il frutto dell’ignoranza dei contesti culturali e della loro storia. Le persone che ne sono affette cadono facile preda dei demagoghi che li usano per i propri scopi personali. Viaggiare con il corpo e/o con la mente è la cura contro gli atteggiamenti di chiusura nei confronti di altre culture. Il mio libro racconta come cambiano paesaggi, uomini e donne andando dalla Scozia al Giappone attraverso sentieri non battuti. Parlano le persone che incontro sulla via e ognuna di loro riflette una mentalità locale, una visione del mondo. In questo senso, “Oltre e un cielo in più” rappresenta una fotografia della diversità sul pianeta, una descrizione della sua bellezza in quanto tale. La lezione dei filosofi del passato, da Machiavelli a Vico e Herder è sempre valida: non dobbiamo pretendere che i valori umani siano conciliabili, dobbiamo cercare una società pluralista nella quale diverse visioni del mondo possano convivere.

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Il percorso del libro: dalla Scozia al Giappone

 

4) Quali sono stati i luoghi del tuo percorso dove hai avvertito meno il peso (spesso opprimente) della globalizzazione? In particolare, parliamo di Mongolia: esistono ancora le yurte e le steppe infinite, oppure ormai si tratta di una visione perlopiù romantica di noi occidentali?

Nel mio cammino dalla Scozia al Giappone ho sempre cercato i luoghi dove il carattere delle culture era più evidente. Questo mi è costato qualche rischio perché ha spesso significato abbandonare i sentieri battuti dai turisti. Credo che nelle steppe dell’Asia centrale, in quelle del Kazakistan e della Mongolia, come pure nei villaggi del sud della Cina, la globalizzazione non abbia ancora dispiegato i suoi effetti. Le iurte ci sono ancora, come i pastori e come quelle razze di cavalli che un tempo furono usate da Gengis Khan per distruggere intere civiltà. Restano comunque pochi cacciatori con le aquile e io nel libro descrivo un incontro con uno di loro. Spero che i miei lettori sentiranno di più il bisogno di evitare i non-luoghi, come li ha definiti Marc Augé, quei luoghi dove la globalizzazione ha cancellato storia e identità. Oggi molti viaggiano, ma pochi lo fanno con lentezza, liberi da condizionamenti e puntando dritti al cuore di culture differenti dalla propria.

5) Domanda spesso posta ma non per questo priva di un senso: davvero viaggiare migliora il nostro essere?

Certamente, e in molti modi. Per esempio, viaggiare nel modo che ho suggerito sopra ci fa guardare al mondo da prospettive differenti così da mostrarci aspetti che non notavamo. Poi, ci rende più tolleranti nei confronti di altre culture svelandoci le situazioni e le storie di popoli differenti: chi guarda al contesto riesce a comprendere e tollerare. Infine un viaggio è un’onda di stimoli nuovi e mai sperimentati ai quali attribuire significato, come se fossimo entrati in un giardino di simboli. C’è poi un altro aspetto che è presente in “Oltre e un cielo in più”: abbiamo un bisogno vitale di bellezza ed è anche per questo che ci mettiamo in viaggio. Io l’ho trovata nei paesaggi, nei gesti di altruismo, nei volti di alcune donne. Il mio libro vuole offrire questa bellezza a coloro i quali non possono attraversare il continente euroasiatico come ho fatto io.

6) I tuoi 18.000 chilometri, percorsi tutti su mezzi pubblici o di fortuna, con un costo relativamente ridotto, sono uno schiaffo in faccia al nostro stile di vita odierno, tutto basato sull’efficienza e su una programmazione totale delle nostre attività, anche quando siamo in vacanza e dovremmo goderci la vita senza lo stress del lavoro e della famiglia. Secondo te perché tanti sognano di fare un’esperienza così e poi solo pochi ci riescono?

“Oltre e un cielo in più” incita a lasciare tutto e a mettersi in cammino almeno per qualche mese della propria vita. Molti non possono farlo;  altri potrebbero ma ne hanno il timore. Questa mancanza di coraggio può essere alla base della nostra infelicità. Il mio libro suggerisce anche che dovremmo fare la nostra strada andando. Se programmiamo troppo, perdiamo lo stimolo a comunicare con la gente che incontriamo e il nostro viaggio finisce con l’essere uguale a quello di qualunque altro. Un’eccessiva programmazione svuota il viaggio del suo carattere di avventura, cioè della sua stessa essenza. E’ l’avventura quella che è degna di essere vissuta, non tanto lo spostamento. La prima è la vera forza di cambiamento, quella capace di trasformare le nostre personalità, di misurare la natura vera di noi stessi.

 

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