(Quasi) uguali

quasiuguali

di Giuseppe Lupoli

 

C’è un partito in Italia che è favorevole alla  precarizzazione del mondo del lavoro, che ritiene “chiacchiere da bar” parlare dei conflitti d’interesse presenti al proprio interno e che ha al proprio apice un padre-padrone, che mette i suoi fedelissimi nelle liste elettorali.

 

Stiamo parlando del PD o del PDL-Forza Italia? Difficile a dirsi, perché a forza di criticare l’originale gli ex-comunisti, ma molto ex, hanno cercato, negli ultimi anni, quelli della gestione Renzi, di assomigliare sempre di più agli avversari. In alcuni casi, sono riusciti a superare il maestro, basta vedere il Job-Act, con l’abolizione dell’articolo 18: impresa non raggiunta neanche dall’ ex-Cavaliere.

 

Forse, bisognava insospettirsi un pochino quando Renzi incontrò Berlusconi, in veste di sindaco di Firenze, non in una sede istituzionale, ma nella magione dell’ex Cavaliere ad Arcore. Si rischiava però di passare per complottisti, quindi pochi ebbero l’ardore di far notare la stranezza. “A pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina” diceva Giulio Andreotti e forse, in questo caso, aveva ragione.

 

Il Partito Democratico è diventato un partito che non è più votato dalla classe operaia, intesa in senso lato, dai disoccupati e da tutti coloro che avrebbero bisogno di una difesa dello stato sociale e dei diritti delle ceti sociali più disagiate. Questo forza politica è appoggiata da chi ha una situazione di una certa agiatezza, rispetto al deserto creatosi nel nostro Paese; da molti dipendenti statali, da buona parte dei pensionati e, novità portata dal “Bomba” (nomignolo affibbiato dai compagni di scuola al giovane Renzi), dai ricchi.

 

Visto che la destra dopo la caduta di Berlusconi nel 2011 era in una certa difficoltà, dall’altra parte si è trovata una soluzione per non farla morire, se n’è creata un’altra. Grazie tante, ne sentivamo proprio il bisogno.

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