La vita non è eterna…ed è una bella notizia

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Un dipinto di Caspar David Friedrich

di Dalila Giglio

 

“Noi non siamo né eterni né effimeri: siamo uomini e donne in cammino nel tempo, tempo che incomincia e tempo che finisce.”

Lo ha detto pochi giorni or sono il Papa, violando l’ultimo vero tabù rimasto in piedi nella società occidentale, quello della fine della vita: possiamo anche non pensarci e non parlarne, sembra volerci dire, fra le righe, Francesco, non saranno di certo l’assenza di pensiero e il silenzio a impedire alla nostra esistenza di concludersi a momento debito. “È un fatto che tocca a tutti, più tardi, più presto, ma viene”; il nostro cammino finisce con la morte, lo sappiamo”.

Eccome, se lo sappiamo, Francesco. Ma hai ragione tu, non vogliamo pensarci, figurarsi rifletterci, fatichiamo persino a sentirla nominare. In questo senso non c’è alcuna differenza fra atei, agnostici e cattolici, in barba alla promessa di vita eterna di cui possono bearsi questi ultimi. La morte ci fa dannatamente paura, l’idea di lasciare questo mondo, magari prematuramente e improvvisamente, nel dolore, ci sgomenta, ci risulta insopportabile. Viviamo con l’angosciante consapevolezza di essere mortali, ma non siamo capaci di non rimuovere l’idea della morte, di farci i conti nella quotidianità, tenendo a mente che davvero ogni istante di un giorno qualunque potrebbe essere l’ultimo.

E così -hai ragione tu- inanelliamo momenti che si susseguono, imprigionati in un eterno e sterile presente, illudendoci di poter gestire il tempo a nostro piacimento, immaginandocelo infinito, finendo col crederci imperituri.

Comunque la si pensi su ciò che verrà dopo il trapasso, quel che è certo è che un giorno cesseremo di vivere e che, in considerazione di ciò, forse sarebbe realmente opportuno farsi le domande che il Papa ci suggerisce e provare a darsi delle risposte.

Io ci ho provato.

Quale eredità lascerò come testimonianza di vita, è il primo quesito che m’invita a pormi Francesco.

Le poche volte che mi è capitato di domandarmi cosa sarebbe rimasto di me dopo la mia dipartita, non ho saputo rispondermi.  L’unica cosa che sono riuscita a dirmi è che del mio passaggio su questa terra non sarebbe rimasto nulla di duraturo e di significativo per l’umanità: non un’opera artistica o musicale o letteraria, non un’invenzione o un brevetto, non un’impresa sportiva, non la fondazione di un’azienda o di una società. Nulla di materiale, insomma. Forse nemmeno un figlio. E d’immateriale, in eredità, cosa resterà di me, della vita che ho condotto, delle mie azioni, della maniera in cui mi sono relazionata al prossimo? È questo quello che mi si sta chiedendo realmente. Inutile dire che annaspo alla ricerca di una risposta che non trovo: niente, mi viene da dire, ed è una risposta sincera, perché davvero non ho idea di quale eredità lascerò come testimonianza della mia vita.

 

“Quando morirò, cosa mi sarebbe piaciuto fare, oggi, nel modo di vivere, nelle decisioni quotidiane che devo prendere in questo giorno?” È la seconda domanda che m’invita a rivolgermi il Pontefice.

Pondero, forse, le mie decisioni quotidiane sulla base del fatto che devo morire e lascio che il pensiero della fine le illumini? No, veramente di rado capita che pensi alla morte quando si tratta di assumere decisioni ordinarie. Mi lascio intrappolare nell’oggi e decido sulla base di ciò che mi sembra rappresentare il meglio per il presente e per un futuro che contempla ancora un discreto numero di anni di vita.

Che domande difficili mi ha spronata a pormi Francesco: non è stata affatto una passeggiata costringermi a riflettere su un tema che la mia mente schiva a ogni piè sospinto.

Le sue parole mi hanno profondamente colpita e non perché le abbia intese in senso negativo, come monito, ma, al contrario, perché le ho trovate piene di vita. Disponiamo di un’unica esistenza a cui Francesco vuole invitarci a dare valore, ricordandoci che si tratta di un cammino che ha un termine e che la morte non è solo un fatto inevitabile, ma anche una “memoria” e un’ eredità” che può esserci d’ausilio nel ricordarci che non padroneggiamo il nostro tempo, sebbene la società in cui viviamo, permeata da valori capitalistici, ci illuda in senso opposto.

Memento mori, dunque, e non soltanto per non scordare che siamo tutti esseri mortali, ma anche, e soprattutto, per non dimenticare che il pensiero della morte deve far parte della vita, poiché solo attraverso tale pensiero, possiamo impegnarci a vivere al meglio e a lasciare un’eredità significativa a testimonianza del nostro passaggio sulla terra.

 

 

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