Pochi fronzoli, tanta sostanza

 

Mi ricordo di Angelo Peruzzi durante i suoi anni nella Juventus di Marcello Lippi; una squadra tosta, senza tanti fronzoli, un po’ come lui, non proprio un mattacchione come tanti altri portieri che, almeno come luogo comune, dovrebbero avere tutti, come caratteristica peculiare, una certa predisposizione all’istrionismo. Peruzzi no, non faceva voli per i fotografi, non era uno spaccone, faceva solo ciò che era utile a non fare entrare la palla in rete: “Elementare, Watson!”.

 

Sembrerebbe scontato come ragionamento, il portiere deve fare quello. Come accennavo prima, però, non è così lapalissiano che il portiere difenda e basta la propria porta, basterebbe pensare, solamente, a due estremi difensori, che segnarono gli anni degli esordi del giovane Angelo, a fine anni Ottanta: Tacconi e Zenga, due tipi che non volevano proprio passare inosservati, anzi. Lo stesso Pagliuca, concorrente negli anni Novanta di Peruzzi, era già un altro tipo, più spaccone e fantasioso; come si può dimenticare il suo bacio al palo, che lo aveva appena salvato da una figuraccia, nella finale di Usa 94.

 

Angelo Peruzzi, da Blera, in provincia di Viterbo era essenziale, concentrato, senza fronzoli. Faceva parte di quella categoria di portieri che, senza tanto parlare, grazie ai punti che non fanno lasciare per strada, portano a vincere gli scudetti. Semplicemente non era un personaggio, proprio in anni in cui il calciatore-personaggio, con annessi veline e lustrini, si stava imponendo prepotentemente.

 

Peruzzi, “il Cinghiale” per la sua stazza non particolarmente filiforme, dava sicurezza, senza spacconate, quasi da fratello maggiore, con le sue uscite e i suoi interventi che, il suo stile faceva sembrare semplici. Era un estremo difensore con un buon senso della posizione, con una presa ferrea, dice la leggenda, acquisita grazie alla sua passione per la pesca, quando, da ragazzino, cercava di afferrare, a mani nude, i pesci nei torrenti. Spesso, però, non aveva bisogno di tuffarsi sulla linea di porta, perché il suo “pezzo forte” erano le uscite basse e di piede. In questo modo, molte occasioni sfumavano prima che la palla si avvicinasse alla porta. La sua forza esplosiva, da grosso buttafuori, faceva sì che l’attaccante che si avvicinava alla porta, se la trovasse sbarrata in pochi secondi. Questa potenza così straripante negli scatti brevi sicuramente sollecitò a tal punto il suo fisico, da metterlo spesso a rischio di infortuni muscolari. 

 

La sua carriera, con tanti successi, fu anche costellata da momenti bui ed infortuni, ma riuscì sempre a rialzarsi e tornare più forte di prima. Crebbe nella Roma e a soli diciassette anni esordì in Serie A. Nel 1989 passò all’ Hellas Verona per “farsi le ossa” ma, l’anno successivo, tornato alla base, venne fermato per dodici mesi per doping. Egli stesso, anni dopo, definì, eufemisticamente, quest’episodio, che segnò gli anni della sua crescita, la più grande sciocchezza della sua carriera. Decise, all’epoca, contro il volere della società di Dino Viola, di non fare ricorso e di scontare la squalifica.

 

Questo colpo non lo atterrò, anche perché nel 1991 giunse l’occasione della vita: la Juventus lo chiamò per fare il secondo, dietro al “totem” Tacconi. Dall’anno successivo, diventò titolare e iniziarono ad arrivare i trofei che, negli anni successivi, targati Lippi, diventeranno copiosi ogni anno.

 

L’apice lo raggiunse nel 1996, nella finale di Champions League, contro l’Ajax, nella sua Roma, in cui parò due rigori e la Juventus salì sul tetto d’Europa, undici anni dopo l’Heysel. Supercoppa Europea ed Intercontinentale, vinte con la fascia di capitano, dopo la partenza di Gianluca Vialli, sembrarono una logica conseguenza di un dominio netto. Peruzzi, Ferrara e Montero diventarono un terzetto, che pochi attaccanti riuscirono, seriamente, a mettere in difficoltà. Senza contare che in Italia, in quegli anni, frequentavano gli stadi del Belpaese, “cecchini” dell’area di rigore del calibro di Batistuta e Ronaldo.

 

Nel 1999 seguì Lippi all’Inter ma, ad Appiano Gentile, non si creò il feeling con l’ambiente come avvenne sotto la Mole. Si chiuse il cerchio, tornò a Roma, ma sponda Lazio, dove arricchì ulteriormente il suo palmares con una Supercoppa Italiana e una Coppa Italia.

 

Gli infortuni segnarono i momenti in cui Peruzzi avrebbe potuto fare la differenza, anche con la maglia azzurra. Purtroppo, non riuscì praticamente mai ad essere decisivo con la selezione italiana, come con i club. L’unica occasione di giocare ad un grande appuntamento, con la divisa della Nazionale, fu nella sfortunata avventura agli Europei a casa dei “Maestri del Calcio” nel 1996. Infortunatosi, poco prima di Francia 98, saltò quello che poteva essere, nel suo momento migliore, per esperienza, età e leadership conquistate sul campo, il suo primo Mondiale, dato che nel torneo precedente, negli Stati Uniti, Sacchi non lo aveva convocato. Piano piano l’azzurro sbiadì; a Euro 2000 non accettò di fare il terzo portiere, nella rosa selezionata da un mostro sacro degli estremi difensori, come Dino Zoff. Ruolo poi accettato quattro anni dopo, con Trapattoni; ormai il “regime” di Buffon era iniziato e con l’età che avanzava era sempre più difficile abbatterlo. Diventò campione del Mondo due anni dopo, da uomo spogliatoio con, come negli anni migliori della sua carriera, Lippi come guida. Questi alti e bassi giustificano le sole 31 presenze in dieci anni di Nazionale.

 

Questo giocatore, non personaggio, che parava senza fare il circense, con quell’aria da uomo normale, non particolarmente alto per il ruolo, riuscì a segnare per alcuni anni il calcio italiano, che proprio in quel periodo, aveva a difendere le porte italiche tanti ottimi portieri, che nessuna nazione poteva vantare per qualità e quantità. In rigoroso ordine alfabetico, per non apparire di parte, anche se con questo articolo, mi sono scoperto, forse, un po’ troppo: Luca Bucci, (un giovane) Gianluigi Buffon, Luca Marchegiani, Gianluca Pagliuca e Francesco Toldo; come direbbe il grande Diego Abatantuono: “Scusa se è poco”.

 

 

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