Alle origini delle baby gang

di G.G.

 

Calci, pugni, mazzate, furti, scassinamenti: questo è il linguaggio delle baby gang o, per usare la lingua italiana (cosa ormai sempre più impossibile per i giornalisti), per le bande di teppisti che stanno facendo parlare di sé a Napoli, ma che in verità sono presenti su tutto il territorio nazionale – e in particolar modo nei centri delle grandi città.

I video che girano in tv e su Internet mostrano corpi smilzi e agili che si avventano su prede disarmate, per rubare qualche oggetto tecnologico o anche – semplicemente – per terrorizzare. Si fa presto a dire che queste bande di balordi siano sempre esistite; certo, il fenomeno non è nuovo, ma questa esplosione sincrona di violenza non può lasciare indifferenti.

In una società letteralmente spappolata dai rapporti economici, dove chi nasce ricco tende a rimanere tale, mentre chi nasce povero è destinato (nel migliore dei casi) a sbarcare il lunario per pochi spiccioli, i giovanissimi recepiscono un solo messaggio: bisogna farsi strada nella giungla e farlo ad ogni costo. Il fallimento non è ammesso: fallimento significa rischiare concretamente la povertà e di conseguenza il disprezzo sociale, la solitudine e una vita senza piaceri materiali (gli unici rimasti, oggigiorno).

Le bande di giovinastri ci dicono molto del modello sociale prevalente di oggi: l’apparenza regna sovrana e la superficialità dilaga, tutto ha un prezzo e quasi tutti sono in vendita. Chi rimane fuori dal grande gioco del consumismo e dalla giostra delle foto “fighe” su Instagram, medita la vendetta e prepara il bastone contro una società che lo ha messo all’angolo.

Il tutto mentre la politica, colpevolmente, dorme beata nelle sue promesse irrealizzabili, a pochi giorni dalle elezioni politiche previste per il 4 marzo.

 

 

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