Fine pena mai

di Giuseppe Lupoli

 

La scorsa settimana, ho fatto parte del pubblico di “M”, il nuovo programma di Michele Santoro. Ho avuto la fortuna di vedere ed ascoltare dal vivo l’intervento di Roberto Saviano.

Il livello di sicurezza, negli studi Rai di Via Verdi, a Torino, era veramente alto. Saviano si è presentato all’interno dello studio, per poter parlare della commistione tra economia legale e quella illegale e dell’uccisione della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia, che proprio su quest’argomento, da anni, aveva concentrato le sue indagini. Si è fermato pochi minuti e poi se n’è andato.

Ciò che mi ha colpito è stato il suo atteggiamento; finito il suo monologo, allontanandosi si è girato verso di noi ringraziandoci con un piccolo gesto della mano e con l’atteggiamento di chi avrebbe voluto fermarsi ancora qualche minuto.

La maggior parte del pubblico aveva un’età di circa trent’anni, pochi meno di quelli dello scrittore campano. Dall’autunno del 2006, Saviano vive sotto scorta, per le note minacce subite dalla Camorra. Aveva solo ventisette anni, quando cominciò il suo calvario. Buona parte della sua giovinezza è passata tra spostamenti su auto blindate, residenze segrete ed una vita senza libertà.

Saviano, da più di dieci anni, non può vivere liberamente e fare tutto ciò che a noi sembra normale, andare a bere una birra, fare una passeggiata o prendere un treno per lui è impossibile. La condanna che gli è stata inflitta è proprio quella: una sorta di “ergastolo” in cui tutte le azioni quotidiane, che poi rappresentano ciò che rendono la vita degna di essere vissuta, lui non può compierle.

Saviano, non volendo ritrarsi come un eroe, in diverse interviste, ha affermato, coraggiosamente, che, tornando indietro, non intraprenderebbe la strada che l’ha portato a questa esistenza così difficile e da cui non può tornare indietro. Lui e tanti altri giornalisti meno conosciuti del nostro disgraziato Paese vivono sacrificati ed in pericolo per la loro vita, proprio per le loro inchieste. Il loro lavoro e le scomode verità che hanno fatto emergere sono state la causa della loro “prigionia” e, allo stesso, portatrici di libertà per l’intera collettività; per questo dobbiamo essere grati a queste persone di cui, spesso, nessuno si occupa.

 

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