Il Natale è morto

di Dalila Giglio

 

E adesso che è tutto finito, cenoni, pranzi luculliani, tombolate, partite a carte, scambio di regali o di buste contenenti denaro, Last Christmas e I all Want for Christmas is You trasmessi dalle radio 24 ore su 24, cartoni animati natalizi mandati in onda a rotazione su emittenti televisive pubbliche e private, film comici nostrani o pellicole commerciali americane da vedere in compagnia di amici e/o parenti a Santo Stefano e, ancor prima, cene prenatalizie, feste aziendali e recite scolastiche, possiamo gridarlo ai quattro venti: il Natale, quale celebrazione della nascita di Gesù Cristo, è ufficialmente morto.

Lo è già da un po’, a dire il vero, ma mai come quest’anno, mi sembra di un’evidenza che non lascia più spazio al minimo margine di dubbio.

No, non è per via della Christmas Blues, la depressione natalizia -che pure mi attanaglia immancabilmente in questo periodo- o di una sorta di pessimismo leopardiano che mi lancio in un’affermazione del genere, quanto per la totale assenza di senso del Natale che percepisco, ogni anno che passa sempre di più, in me stessa e negli altri.

Ricordo con nostalgia, come molti suppongo, i Natali dell’infanzia, quando la fanciullezza faceva sì che l’arrivo del Natale fosse davvero un momento atteso, sentito interiormente, portatore di letizia. Una festa realmente religiosa e pagana insieme, al pensiero della quale non rabbrividire augurandosi che passi il prima possibile, ma gioire. Si può forse non gioire, o comunque sentirsi insofferenti, nel celebrare una festa che, oltre a essere la più importante festività cristiana, è anche la più popolarmente sentita, essendo essa legata a tradizioni -come il riunirsi delle famiglie e lo scambio dei doni- che le hanno conferito, nel tempo, un valore anche laico?

Temo di sì, e temo anche che sia una condizione comune (seppure non confessata) e sofferta: si vorrebbe poter tornare indietro nel tempo e riprovare quelle sensazioni che rendevano il Natale la festa più attesa e più bella dell’anno, ma ogni tentativo di calarsi nei panni del settenne che giace, sopito, dentro di noi, appare vano, e questa incapacità è fonte di frustrazione e di afflizione.

Ma perché, non siamo più capaci di pensare al Natale e di viverlo come quando eravamo degli infanti?

Per trovare la risposta a questa domanda, è sufficiente guardarsi attorno, guardare chi ci è intorno e guardare dentro di noi.

Cosa c’è rimasto, di quello che Dickens ha definito “Spirito del Natale”, e cioè del sentimento di gioia diffusa caratteristico delle feste? Purtroppo, pressoché nulla.

Che lo si voglia ammettere oppure no, che piaccia o meno, ormai il Natale è ridotto a una mera manifestazione di consumismo capitalistico.

Cosa ci viene in mente, sinceramente, quando pensiamo al Natale? Presumibilmente, nella nostra mente si materializzeranno immagini di masse umane riversate in negozi pieni di merci inutili, e spesso scadenti, che si affannano ad acquistare regali per parenti e amici -poco importa se non li sopportano o se li vedono una sola volta all’anno, a Natale, appunto- e di tavole sconfinate, imbandite di ogni ben di Dio, pronte a essere “assaltate” da persone che, per due giorni, non faranno altro che mangiare, onde poi lamentarsi, nei giorni successivi, di quanto hanno ingerito e di quanto esercizio fisico dovranno fare per smaltire gli eccessi delle feste. In alternativa, nella nostra mente scorreranno immagini di Natali alternativi trascorsi al caldo, su qualche spiaggia cristallina, o passati in un suggestivo paesino innevato in alta montagna.

Quanti di noi, inclusi quelli che si riversano in Chiesa alla Vigilia di Natale o il giorno successivo, pensando al Natale, si figureranno la Natività e rifletteranno, anche solo per cinque minuti, sul significato che reca con essa?

La verità e che ci siamo tutti “dereligiosizzati” e deumanizzati: non solo abbiamo perso il senso del trascendente, ma abbiamo smarrito anche il senso di appartenenza a una comunità, l’identità, l’interesse per il prossimo, il desiderio d’intessere relazioni umane non esclusivamente utilitaristiche. Le uniche forze che sembrano muoverci sono il narcisismo, l’ambizione e il desiderio compulsivo di acquisto di beni materiali.

Non siamo più capaci nemmeno a scambiarci gli auguri di Buone Feste: ricorriamo a un’immagine o a un video rigorosamente inviati su Whatsapp, non ci sforziamo nemmeno più di scrivere due parole, e se lo facciamo, queste due parole le affidiamo ai social network. Non abbiamo neanche più la voglia di telefonarci o di scriverci una mail o di inviarci un messaggio in forma privata. E chi quella voglia ancora la conserva e la avverte premere dentro di sé, si sente in dovere di bollarla come anacronistica e inutile, e di agire come fanno i più, in barba all’omologazione e alla salvaguardia dei propri desideri e valori. Da qui a farsi gli auguri con le faccine e poi a non farseli proprio più con nessuno, capirete, il passo è breve. Sono solo parole, potrebbe obiettare qualcuno, e spesso di circostanza: è vero, ma a volte la forma è sostanza e le parole hanno importanza.

Il Natale è morto, insomma. Dunque, che si fa? Ma nulla, ovviamente: tutto cambia perché nulla cambi davvero.

The show must go on, seppure con qualche piccola variazione sul tema, e dunque si festeggia, a suon di mangiate epiche, giochi di società, ritratti di famiglia da pubblicare sui social e finta felicità ostentata.

Natale: Giorno speciale consacrato allo scambio di doni, all’ingordigia, all’ubriachezza, al sentimentalismo più melenso, alla noia generale e a domestiche virtù.

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