Cronaca semiseria di una giornata ai mercatini di Natale

di Dalila Giglio

 

Se è vero che nella vita bisogna provare tutto, allora non ci si può esimere dallo sperimentare le gite giornaliere, rigorosamente organizzate, ai mercatini di Natale: quelle – il cui costo si aggira intorno ai 35-50 € – che prevedono lo spostamento in autobus e la presenza di un accompagnatore, tanto per intendersi.

La ghiotta occasione di fare questa esperienza “pagano-capitalistica” si presenta grazie a mio fratello il quale, forse conscio della mia necessità di sperimentare quanto più possibile, limitatamente a ciò che è lecito legalmente e moralmente, mi regala una giornata ai mercatini di una ridente città della Svizzera.

Il ritrovo è fissato alle 6.20 del mattino della prima domenica di dicembre; il freddo pungente, reso più intenso dalla nevicata del giorno prima, non ha fermato nessuno dei 50 partecipanti previsti, tutti apparentemente ben svegli ed entusiasti all’idea di mettersi in viaggio alla volta della terra della cioccolata, degli orologi e della puntualità.

Ad accoglierci troviamo la guida, un arzillo uomo agèe dal fisico asciutto e dalla parlata marcatamente meridionale (che ricorda, a tratti, sia quella di Malgioglio sia quella di Razzi), il quale si rivelerà, nel corso del viaggio, un vero e proprio mattatore.

Partiamo quasi in orario, dopo essere stati rassicurati dal nostro accompagnatore circa il fatto che riceveremo da lui istruzioni sul come muoverci una volta arrivati e, soprattutto, circa la possibilità di poter sorseggiare in qualunque momento, nel corso del viaggio, al costo simbolico di un euro, un caffè o un cappuccino o una cioccolata calda amorevolmente preparati dall’autista non impegnato nella guida.

La prima sosta la effettuiamo in un ameno autogrill di Aosta, dove si scatena l’immancabile corsa al bagno e al cornetto col cappuccino che, come da copione, ci fanno tardare qualche minuto sulla tabella di marcia. Ripartiamo satolli e felici, sebbene la guida ci comunichi che la chiusura del Traforo del Gran San Bernardo ci costringerà a deviare e a fare un viaggio più lungo, con conseguente e immediato pagamento di una piccola integrazione alla quota versata. Nonostante l’aumento della durata del viaggio e l’ulteriore pagamento imprevisto, non ci indisponiamo né ci allarmiamo, nella sciocca convinzione che la strada alternativa che percorreremo sarà dritta e scevra di pericoli di ogni tipo: beata ingenuità.

Onde ammazzare utilmente il tempo, mi dedico all’osservazione della variegata umanità che popola il pullman: ci sono famiglie (ma solo una con un bambino), gruppi di amici, coppie di mezz’età. Le donne parlano perlopiù dello shopping che immaginano di fare (povere illuse!) ai mercatini, mentre gli uomini -che hanno l’aria di quelli che vorrebbero trovarsi in un qualunque altro posto del mondo che non fosse quello in cui si trovano in quel momento- discutono delle partite o leggono articoli sportivi sullo smartphone. A tratti sonnecchiano o chattano più o meno tutti. Ad animare, tutto d’un tratto, la mesta ciurma, provvede la guida, che s’impossessa del microfono e comincia a illustrare, fra intercalari ridondanti, frasi a metà e balbettii vari, tutte le altre incantevoli gite che potremmo, in futuro, fare in sua compagnia, nonché le serate di danza, rigorosamente da lui organizzate, a cui potremmo prendere parte. Incredibile ma vero, le sue parole fanno presa su molti, e all’accompagnatore tocca soddisfare, uno per uno, tutte le curiosità dei viaggianti in merito alle gite organizzate in programma per i mesi a venire.

Il viaggio scorre veloce fino a quando non superiamo il Traforo del Monte Bianco: dopo 12 km di galleria ci troviamo, infatti, in una strada di montagna fatta di tornanti che si susseguono uno dopo l’altro in un lasso temporale che ci appare infinito. I lunghi tratti di strada ghiacciata e priva di protezione mi fanno temere che quel panorama mozzafiato potrebbe essere l’ultimo che vedrò, e anche fra i miei compagni di viaggio inizia a serpeggiare un certo malessere. L’unico che sembra non allarmarsi è la guida, che ci rassicura sulla capacità dei due autisti di far fronte anche alle situazioni più critiche. Non ci resta che credergli.

Per fortuna il mio pessimismo si rivela infondato e alle 11 approdiamo a destinazione. Ci fiondiamo ai mercatini allestiti sul lungo lago e ci bastano pochi minuti per renderci conto che, dati i prezzi assurdamente proibitivi (che non consentono nemmeno di bersi un tè caldo spendendo meno di cinque franchi), ci limiteremo a “guardare e non comprare”. Scattata le foto di rito ci rendiamo conto che si è fatta ora di pranzo e ci rechiamo in un posto al chiuso (dove finalmente potremo scaldarci un po’), l’unico che le nostre tasche possano permettersi, sfamandoci con un panino e rinunciando ai piaceri della cucina svizzera.

Le ore successive al pranzo le trascorriamo sempre all’aperto, passeggiando per le vie della cittadina e lungo il lago, in attesa che vengano le cinque, l’ora convenuta per il ritrovo. La giornata non è freddissima, ma passare molte ore all’aperto nei mesi invernali è comunque dura.

Alle 17 sembriamo tutti abbastanza lieti di ripartire, seppure a mani vuote o quasi (noi ci siamo limitati a qualche tavoletta di cioccolato) e pur sapendo che ci tocca ripercorrere quella strada da incubo al buio. Forse proprio per scongiurare l’ansia, oltre che per riprendere un po’ di calore, i miei compagni di viaggio richiedono quantità industriali di cioccolata calda, caffè e cappuccino per la gioia della guida e dell’autista.

La strada di montagna che impavidamente, non paghi di averla scampata già una volta, ripercorriamo, con le tenebre e in assenza totale di illuminazione, è tanto spaventosa da indurre al silenzio l’intero bus.

Anche questa volta ci salviamo e per le 19.45 ci fermiamo nuovamente ad Aosta per una sosta; l’assalto alle poche vivande presenti nell’autogrill è tale da persuaderci a rinunciare a sfamarci. Ormai fisicamente e un po’ anche psicologicamente provati, ripartiamo in direzione Torino. E proprio allora, del tutto inaspettatamente, ha inizio la parte più spassosa dell’intera giornata: superata la fase critica, la guida e gli autisti, che evidentemente si sentono finalmente liberi di dare sfogo ai loro istinti più bassi, danno il via a una serie di discorsi degni di un gruppo di adolescenti in piena tempesta ormonale, che contemplano la “gnagna” e le “bonazze” quale principale argomento di conversazione. Terminate queste profonde discettazioni, è la volta della musica latino americana, intervallata da qualche pezzo italiano assai in voga nelle ultime due estati, sparata a tutto volume: il repertorio spazia da DespacitoBailando e VentePa? Ca (che siamo costretti ad ascoltare ben tre volte di seguito), a merengue e reggaeton del tutto sconosciuti alla massa. L’autista a riposo, trasformatosi in dj, accenna qualche passo di danza mentre gioca a poker sullo smartphone, la guida, invece, crolla in un sonno improvviso che lo distoglie, sino alla fine del viaggio, dal suo ruolo di animatore vetusto di villaggi di serie B. Sento affiorare un leggero senso di disagio che dissimulo, per via della vicinanza del mio posto a sedere a quello della guida e degli autisti, manifestando totale indifferenza rispetto a quanto sta avvenendo dinanzi ai miei occhi.

Arriviamo a destinazione alle 21.30; l’accompagnatore, redivivo, ci saluta uno per uno con una vigorosa stretta di mano, augurandosi di rivederci al più presto.

Mentre mi avvio vero casa, passando rapidamente in rassegna la giornata appena trascorsa, mi viene in mente il saggio del compianto Foster Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più”, in cui il genio letterario raccontava, in maniera esilarante, la sua esperienza a bordo di una nave da crociera extralusso ai Caraibi.

Una cosa divertente che non farò mai più: non mi sembra esistere un’espressione più adatta a rendere in parole il mio pensiero circa le gite di un giorno ai mercatini di Natale.

Esterno questa riflessione a mio fratello, che replica asserendo che le gite di due giorni saranno sicuramente più interessanti, meglio frequentate e meno stancanti.

Potrebbe anche avere ragione ma… no, non ho alcuna intenzione di andare a verificarlo personalmente in un futuro prossimo.

Forse, nella vita, è meglio non provare proprio tutto!

 

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