L’eterno ritorno di Berlusconi

di Dalila Giglio

 

Se solo non sapessi con certezza che quello seduto davanti a Fazio è proprio lui, e non un attore che lo impersona o un comico che lo imita, davvero non riuscirei a credere che si tratta di Silvio Berlusconi: un po’ perché gli ultimi “ritocchi” e il trucco ne hanno letteralmente stravolto i tratti somatici (o meglio, quel poco che rimaneva delle sue fattezze originarie), rendendolo, presumibilmente, quasi irriconoscibile anche a se stesso, un po’ perché stento a credere che sia possibile che possa, in forza di una sentenza favorevole, candidarsi nuovamente, decorsi, ormai, quasi 24 anni dalla sua discesa in politica.

Si può ancora pensare o dire qualcosa sul “Presidente” che non sia già stato pensato o detto?

Difficilmente, visto che Silvio sembra impermeabile allo scorrere del tempo e al mutare degli eventi: afferma di sentirsi, a ottantuno anni, come quando ne aveva quaranta, e c’è da credergli, vista la parlantina che sciorina, le battute che infila a piè sospinto nel discorso, l’energia che trasuda. Dice, grosso modo, le stesse cose che diceva dieci come vent’anni fa, prendendosela, però, non più con i comunisti (almeno della scomparsa di questi ultimi sembra aver preso atto), ma con i suoi nuovi avversari, i pentastellati, che bolla come nullafacenti, incompetenti, inesperti e, in quanto tali, inadatti a guidare il paese. Promette meno tasse, difende Dell’Utri, “una delle migliori persone che abbia mai conosciuto”, sembra escludere la possibilità che la sentenza che lo riguarda possa avere un esito sfavorevole.

Appare tronfio, sicuro, spavaldo, determinato, inarrestabile. Tutto già visto e sentito milioni di volte, tutto già trito e ritrito, “niente di nuovo sul fronte occidentale”.

Perché, allora, mi ostino a guardarlo e ad ascoltare, per l’ennesima volta, le sue parole, io che non ne ho mai condiviso le idee, i pensieri e le azioni?

Forse perché è l’unico modo per convincermi che è vero che, dopo tutti questi anni e nonostante gli scandali e le vicende giudiziarie di cui è stato protagonista, lui sia ancora in campo, pressoché identico a se stesso, ancora desideroso di un “presente operoso”, ancora indisponibile a farsi da parte e a lasciare che il mondo vada avanti senza di lui, ancora risoluto nel difendere a ogni costo un posto che ritiene suo e solo suo.

Berlusconi combatte una guerra solitaria contro il tempo che passa e contro ciò che il nuovo porta con sé e, incredibilmente, sembra vincerla: non lo fermano gli acciacchi, i malanni, i processi, le accuse di satiriasi, l’affiorare di nuove formazioni politiche, l’emergere di candidati giovani e apparentemente brillanti.

Di certo la fortuna e l’agiatezza economica lo aiutano, come lui stesso candidamente ammette, ma bisogna riconoscergli una rara, tenace, a tratti sfacciata ostinazione.

Il Presidente prosegue dritto per la sua strada, facendosi provvisoriamente da parte quando non è possibile fare altrimenti e approfittando dei momenti di lontananza dai riflettori per tornare più in forma e più carico di prima.

Pienamente consapevole del fatto che, per molti elettori, qualora le cose dovessero andare secondo i suoi programmi, sarà impossibile non cedere nuovamente al fascino di un individuo che sembra quanto di più vicino esista all’idea dell’invincibilità e dell’immortalità.

Alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo l’ardua sentenza: di decidere del futuro politico di Berlusconi e, indirettamente, di quello del nostro Paese.

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