Blind date: il concerto al buio. Un’esperienza da fare

di Dalila Giglio

 

Il teatro è gremito come solo nelle grandi occasioni: il pubblico è misto, sia in termini di età che di genere, sabaudamente composto e curioso rispetto a ciò a cui sta per assistere.

Ad andare in scena, infatti, non è uno spettacolo come un altro, bensì il Blind date, e cioè un concerto suonato al buio da un pianista di fama internazionale. L’evento benefico è organizzato dalla CBM Italia Onlus che, per la prima volta dalla data 0 della tournèè, approda a Torino.

Scambiando qualche parola con la vicina di poltrona, sia io che mia madre -la quale ha bonariamente accettato di accompagnarmi in questa avventura- ci diciamo interessate a provare l’esperienza dell’ascolto musicale in un contesto che, per via della completa oscurità (oscurità che, stando a quando scritto sul libretto che ci è stato consegnato all’ingresso, non permarrà per l’intera durata del concerto, essendo alternata a momenti di luce), supponiamo essere di rilassamento totale…ma mentiamo, così come la vicina che si dichiara un’estimatrice del buio. La verità è che siamo qui perché vogliamo dare una risposta alla domanda che tutti i normovedenti si pongono almeno una volta nella vita: che cosa si prova a essere ciechi?

Non dobbiamo attendere molto per saperlo, poiché la performance inizia poco dopo l’orario previsto, al termine di un momento introduttivo atto a esplicare il funzionamento della ONG e le modalità di svolgimento del concerto.

La figura del pianista, Cesare Picco, si staglia improvvisamente sul palcoscenico immerso nella penombra: è un uomo di mezz’età e indossa una vistosa giacca rossa dal taglio elegante.

Dopo un rapido cenno di saluto si siede e comincia a suonare, irradiato da una luce che illumina anche il piano, in una scenografia completamente spoglia. L’abbassamento delle luci ha inizio fin da subito e, via via che il teatro diventa sempre più buio, sento affiorare una leggera ansia che non mi permette di godermi appieno il concerto nella sua parte di luce-penombra.

Il tempo scorre e il pianista suona sorridendo, incurante del venir meno della luce, mentre io inizio a realizzare che, da un momento all’altro, lo spiraglio rimasto a illuminare la tastiera del piano sparirà, lasciando posto all’oscurità totale.

Nel mentre penso che sarà una di quelle esperienze che non dimenticherò mai più, l’ultimo bagliore di luce scompare, e piombiamo nelle tenebre.

Inutile negarlo, i primi di dieci minuti sono spaventosi. Ho gli occhi sbarrati e non vedo assolutamente nulla, davanti a me ho solo un buio pesto di cui non conoscevo l’esistenza, un nero senza appello. Improvvisamente non so più dove sono, ho perso qualsiasi riferimento spaziale e la cognizione di chi mi sta attorno. Avverto la sgradevole sensazione della fame d’aria e del battito cardiaco aumentato. Tenere aperti occhi che non vedono mi risulta leggermente doloroso, oltre che perfettamente inutile. Penso che sarà una delle mezz’ore più lunghe della mia vita e che forse non ce la farò ad arrivare alla fine senza invocare l’aiuto della maschera munita di pila. Il suono del pianoforte non mi è di alcun sollievo: lo sento, riesco perfino a rendermi conto che la musica che il pianista -non so davvero come- suona sia bella, ma per me è come se non ci fosse. A nulla valgono gli sforzi di concentrarmi su di essa, il mio cervello è polarizzato dalla mancanza del senso della vista.

Come è noto, quando un senso viene meno gli altri lo compensano e, infatti, ogni suono che avverto nelle vicinanze, mi appare enormemente amplificato: il rumore della carta di una caramella scartata, quello di un piede che batte sul pavimento, i colpi di tosse.

Passata l’iniziale fase del terrore mi rassegno all’idea di non vedere e inizio ad attendere, pazientemente, che i trenta minuti passino e che la luce riaffiori; continuo a soffrire e a non riuscire a godere del pur godibile concerto, ma la calma che scaturisce dall’impotenza, per fortuna, s’impossessa di me. Mi ritrovo, allora, a pensare a cose banali a cui non penso abbastanza spesso, come alla fortuna di non essere nata dalla parte sbagliata del mondo, dove una banale cataratta può condannarti alla cecità eterna, alla circostanza che si tende a dare la vista per scontata, alla scarsa rilevanza sociale di cui godono i non vedenti in società.

Nel mentre che questi e mille altri pensieri affollano la mia mente, ecco tornare, insperato, un bagliore di luce: gli occhi mi sembrano compiere un guizzo di gioia e istintivamente sorrido. Appena è possibile guardarsi, vedendosi, mi volto verso mia madre e la trovo sorridente ma in lacrime.

Il pianista continua a suonare per un po’, alla luce. A concerto ultimato, viene acclamato come un re, così come la dottoressa che opera migliaia di bambini e di adulti in Africa, in Asia e in America del Sud, restituendo loro la vista e, in certo senso, la vita.

“Insieme si può” è il motto della CBM e anche noi fortunati, attraverso una semplice donazione, possiamo contribuire a cambiare per sempre l’esistenza di tante persone, mettendole in condizione di beare della bellezza del mondo e di evitare di vivere isolati, emarginati, in miseria e in balia di pericoli da cui non è possibile difendersi, ci viene ricordato a concerto ultimato.

L’invito a donare viene accolto di buon grado da una grandissima fetta di pubblico, che non abbandona il teatro prima di aver dato il suo contributo economico secondo la modalità che preferisce fra quelle possibili.

Anche se non potrò mai saperlo effettivamente, sono certa che ognuno di noi tornerà a casa diverso e che ci risulterà impossibile, d’ora in avanti, “guardare” alla cecità come si era fatto fino a questa sera.

Abbiamo provato sulla nostra pelle che cosa significhi non vedere e abbiamo capito quanto sia ancora più difficile -di quanto già non pensassimo- vivere in assenza di questo senso.

Il mondo è, indubbiamente, il miglior panorama che si possa ammirare, e tutti dovrebbero poterlo guardare: se è nelle nostre possibilità fare qualcosa per aiutare coloro che sono privi della vista e restituirgliela, allora dobbiamo farlo.

“Rendere visibile quello che, senza di voi, forse non potrebbe mai essere visto”.

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