“The Place”: sei sicuro di essere ciò che sei?

In foto: il cast del film al completo

di Dalila Giglio 

 

Se l’idea di trascorrere un’ora e tre quarti a vedere un film interamente girato all’interno di un bar dal sapore vagamente americano, incentrato unicamente sui dialoghi -e su tutta la comunicazione non verbale che a essi si accompagna- fra un uomo misterioso e un nugolo di persone che si alternano fra di loro, non vi disturba, allora siete pronti per vedere The Place, l’ultima fatica di Paolo Genovese, adattamento cinematografico della serie americana The booth at the end, film di chiusura del Festival del Cinema di Roma.

Non lasciatevi influenzare da chi scrive che, se avete amato l’ormai celeberrimo Perfetti Sconosciuti, non potrete amare questo film, che non è una commedia ma un dramma fantastico, perché non è assolutamente vero: li amerete entrambi perché ambedue, seppure in maniera completamente diversa, indagano nel profondo l’animo umano, portando alla luce la sua parte più nascosta e meno desiderabile.

The Place è il nome, non casuale, del bar in cui un individuo dall’aria stanca, del quale non sapremo nemmeno il nome, siede giorno e notte, in compagnia di un’agenda di pelle e delle pietanze che gli vengono servite nel corso delle lunghe giornate che per lui sembrano scorrere sempre uguali.

È un uomo ancora giovane, dall’ aspetto mite e i modi gentili, al quale le persone si rivolgono per chiedere di soddisfare un loro pressante desiderio: riacquistare la vista, evitare la morte del figlio malato di cancro, trascorrere una notte d’amore con la donna dei propri sogni, tornare ad avvertire la presenza di Dio, ritrovare un figlio, ottenere la guarigione del marito malato di Alzheimer, ridestare l’interesse del coniuge, diventare più attraente.

Si può fare” dice, lapidario, a chi gli domanda di esaudire una richiesta, in cambio dello svolgimento di un compito: violentare una donna, uccidere una bambina, farsi mettere incinta, pestare a sangue un ragazzo, proteggere una bambina, fabbricare e azionare una bomba, insabbiare una denuncia, fare una rapina, dire che si vuol bene a un padre che non si ama. Non si è obbligati, ma se non si porta a termine il compito il desiderio non diventa realtà.

L’uomo “orribile” e “senza pietà” si mostra impassibile, non tradisce emozioni né sentimenti, nemmeno di fronte all’iniziale riluttanza sgomenta mostrata da alcuni fra quelli che gli si rivolgono; a chi gli domanda perché formuli richieste orribili, risponde che lo fa perché esiste chi è disposto assecondarle.

Solo la cameriera del locale, riesce, talvolta, a distoglierlo dal suo singolare e continuo lavoro.

C’è qualcosa di orribile in ognuno di noi”, dice a un certo punto del film uno dei personaggi, “e chi non dovrà mai scoprirlo è fortunato”.

Non è il caso delle nove persone che si rivolgono all’uomo dalle richieste abiette, costrette a venire a conoscenza della parte più oscura della loro anima e a compiere un lungo e travagliato percorso alla fine del quale dovranno fare una scelta definitiva rispetto al compimento di un’azione eticamente immorale. Non tutti, ovviamente, agiranno nello stesso modo.

La morale del film non esiste o, meglio, esistono più morali soggettive: la pellicola offre un valido spunto di riflessione e ognuno è libero di trarre le conclusioni che gli sono più congeniali.

Di certo, il merito di The Place è quello d’indurre lo spettatore a riflettere su ciò di cui si è capaci quando si desidera soddisfare un desiderio che si ritiene preminente. All’uscita dalla sala, nessuno potrà fare a meno di domandarsi che cosa avrebbe fatto lui al posto dei personaggi e fin dove sarebbe disposto a spingersi per ottenere ciò che gli sta più a cuore.

L’interpretazione di Mastandrea è superba e varrebbe di per sé il prezzo del biglietto e la visione della pellicola, ma anche Borghi, Marchioni e Muccino offrono ottime performance attoriali (e la Ferilli, che al cinema, nei film drammatici, dà il meglio di sé).

Da vedere.

 

 

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