Io, premio Nobel dell’Economia, vi dico: le diseguaglianze sono troppe

Fonte: L’Espresso

Il mondo è sempre più diseguale ed è ormai evidente che non solo esistono elevati livelli di disuguaglianza nella maggior parte dei paesi, ma che queste disparità sono in aumento. Oggi, esse sono molto più pronunciate di quanto non lo fossero 30 o 40 anni fa. È anche chiaro che non esistono eguali opportunità per tutti: le prospettive di vita dei figli di genitori ricchi e istruiti sono molto migliori di quelle di chi ha genitori poveri e meno istruiti. Negli Stati Uniti, ad esempio, le prospettive di un giovane, pur figlio di una famiglia svantaggiata, che va bene a scuola sono molto meno promettenti di quelle di un figlio di famiglia benestante che, però, trascura lo studio. Fino a qualche tempo fa, gli economisti e gli altri studiosi delle scienze sociali cercavano di giustificare queste disuguaglianze con la teoria della «produttività marginale», secondo cui i redditi degli individui corrispondono al loro contributo dato alla società. Tuttavia, se guardiamo anche solo superficialmente all’evidenza dei fatti, vediamo che nessuno degli individui che hanno dato i maggiori contributi alla nostra società – per esempio, attraverso le invenzioni del laser o del transistor o della scoperta del Dna – sono tra i più ricchi. Viceversa, vediamo che tra i più ricchi vi sono molti che hanno ottenuto il loro denaro grazie allo sfruttamento del loro potere di mercato e delle loro connessioni politiche.

La situazione attuale degli Stati Uniti è un buon esempio per illustrare le questioni fondamentali di cui stiamo parlando. Il reddito medio, al netto dell’inflazione, del 90 per cento meno ricco della popolazione è stato sostanzialmente stagnante negli ultimi 42 anni. Allo stesso tempo, il reddito medio dell’1 per cento più ricco della popolazione è aumentato di 4,3 volte. Questo stesso andamento si è verificato nella maggior parte degli altri paesi, anche se in misura meno accentuata. Francia, Paesi Bassi e Svezia sono tre paesi in cui l’aumento della quota dell’1 per cento più ricco è stato più limitato, laddove la Gran Bretagna ha invece visto un aumento quasi uguale a quello degli Stati Uniti. L’Italia si trova in mezzo.

Il reddito mediano – il valore centrale della distribuzione – negli Stati Uniti è rimasto sostanzialmente stagnante nell’ultimo quarto di secolo. Ancor più impressionante (come si è visto di riflesso nella politica americana) è che il reddito mediano di un lavoratore maschio, con un lavoro a tempo pieno, è allo stesso livello di più di quattro decenni fa. Ed è sempre più difficile per questi lavoratori «nel mezzo» ottenere posti di lavoro a tempo pieno ben remunerati. Ciò è vero anche per l’Europa, come ad esempio in Spagna e in altri Paesi, dove il reddito mediano oggi è inferiore a quello prima dell’inizio della recente crisi economica. Peggiore è poi quanto è successo negli Stati Uniti ai lavoratori con i redditi più bassi, per i quali il salario reale è ancora oggi al livello di sessanta anni fa. Per questi lavoratori, però, va detto, le cose vanno un po’ meglio in Europa, dove il salario minimo è invece più alto di quello di un tempo.

Nella maggior parte dei paesi avanzati, negli ultimi decenni sono avvenuti diversi grandi cambiamenti nella distribuzione del reddito: più reddito afferisce ai più ricchi; più persone sono in povertà; la classe media si è impoverita, vedendo ridurre la sua importanza relativa; il reddito mediano è rimasto stagnante e la quota di individui con un reddito attorno a quel valore è andata diminuendo. La classe media sta sparendo e un numero sempre maggiore di persone finisce nelle «code» della distribuzione.

La distribuzione del reddito viene di solito riassunta con una misura chiamata “coefficiente di Gini”: questa, nella maggior parte dei paesi, è stata costantemente in aumento negli ultimi anni, indicando un aumento della disuguaglianza. È vero che ci sono alcuni paesi che hanno resistito a questa tendenza, come la Francia e la Norvegia mentre altri, soprattutto in America Latina, hanno visto una diminuzione della disuguaglianza.
C’è quindi una lezione importante che si può trarre da tutto questo: le forze economiche in gioco in tutti i paesi avanzati sono simili, ma i risultati sono notevolmente diversi. La spiegazione di tali differenze è che Paesi diversi hanno perseguito politiche diverse. Possiamo quindi dire che la disuguaglianza è stata una scelta. Se i paesi avessero perseguito altre politiche, i risultati sarebbero stati diversi. Quelli che hanno seguito il modello anglo-americano sono finiti con più disparità.

Vi sono, poi, altre dimensioni della disuguaglianza, oltre a quella del reddito. Tuttavia, voglio sottolineare che i paesi che hanno scelto di avere più disuguaglianza non hanno avuto migliori performance economiche complessive. Come ho sottolineato nel mio libro “Il prezzo della disuguaglianza”, una società paga un prezzo elevato per la disuguaglianza, compresa una prestazione economica peggiore.

Il reddito è solo una dimensione della disuguaglianza. Altre dimensioni sono molto importanti, come ad esempio l’accesso alla giustizia, che non è uguale per tutti, o la partecipazione alle decisioni politiche, che non è la stessa per tutti. Tali dimensioni, però, sono difficili da quantificare. Ci sono invece almeno altre due dimensioni che sono facili da misurare. Una è la disuguaglianza nella salute, come risulta dalle differenze nell’aspettativa di vita. La natura stessa porta alcuni individui a vivere più a lungo di altri. Ma se alcuni individui non hanno accesso all’assistenza sanitaria o non riescono ad ottenere un’alimentazione adeguata, allora ci saranno ancora maggiori disparità nella salute. Di grande preoccupazione, ad esempio, è che una delle principali fonti di morbilità sono le “malattie sociali”, come l’alcolismo, la droga e il suicidio.

Una dimensione importantissima è l’uguaglianza nelle opportunità e qui, bisogna dire, i Paesi avanzati si differenziano notevolmente tra loro. La relazione tra uguaglianza nelle opportunità e uguaglianza mostra che i paesi con più disparità di reddito (misurata dal coefficiente Gini) hanno meno mobilità tra le generazioni – il che implica che i figli hanno meno opportunità dei genitori. I paesi con meno opportunità includono Stati Uniti, Regno Unito e Italia; mentre quelli con migliori opportunità sono i paesi scandinavi e il Canada.

 

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