Torino (non) è casa mia

di Dalila Giglio

 

“Torino è Torino, non è una città come un’altra. Oltre a essere la mia città, Torino è anche la mia casa”.

L’ha scritto Culicchia, nel suo godibile testo titolato proprio “Torino è casa mia”, ma potrei averlo scritto io o chissà quanti altri torinesi: a dispetto del dilagante cosmopolitismo, ancora per molti la città in cui sono nati e in cui vivono, o nella quale sono vissuti almeno una parte della loro esistenza, è l’unica in cui si sentano davvero “a casa”. Ovviamente ciò non vale solo per i cittadini sabaudi, ma per i torinesi è diverso. E di ciò acquisiscono abbastanza rapidamente consapevolezza anche i torinesi d’adozione e i turisti che si soffermano nella città della Mole il tempo necessario per capirlo.

Ultimamente, però, le cose sono un po’ cambiate; è sorto in me un senso di estraneità nei confronti della mia città che inizia a farmi temere che, di qui a poco, potrei smettere di sentirla come “casa”.

Negli ultimi 15 anni, Torino ha mutato aspetto: ha smesso di essere una semisconosciuta e provinciale città industriale del Nord Italia e ha progressivamente assunto le sembianze di una metropoli multietnica dal sapore europeo, ricca di eventi culturali e caratterizzata da una movida vivace, senza, tuttavia, perdere la sua proverbiale sobrietà e riservatezza.

Viverci è diventato più stimolante, eppure…eppure la città ha iniziato a svuotarsi, il lavoro a mancare, i negozi a chiudere, il clima a essere torrido e secco per gran parte dell’anno. Questo processo, avviatosi lentamente, si è intensificato spaventosamente negli ultimi due anni, fino a rendere la città non più uguale a se stessa.

All’improvviso, quasi senza che me ne accorgessi, Torino ha iniziato a essermi sconosciuta: mi sforzo di viverci come se nulla fosse cambiato, ma la realtà è che, ogni giorno che passa, da un paio d’anni a questa parte, mi sembra di abitare in un indefinito altrove, di cui tutto ignoro, che di nome fa Torino.

Molto di ciò che più amavo della mia città, è scomparso o sta per scomparire.

Il grigiore, ad esempio: quel grigiore che le ha conferito per anni (e che nell’immaginario collettivo ancora oggi le conferisce) l’immagine di una città austera, inaccessibile e misteriosa, capace come null’altro di renderla struggente e soffocante insieme, ma al tempo stesso unica e bellissima. Quel grigiore che, quando rientravi da un fine settimana fuori città o dalle vacanze, ti faceva capire che sì, eri proprio tornato a casa.

E poi la pioggia, le interminabili giornate umide e uggiose da trascorrere passeggiando sotto i portici. Oramai non piove quasi più: non ricordo nemmeno più l’odore della pioggia, la sensazione di umido sulla pelle, il rumore delle strade bagnate.

I grandi fiumi sono in agonia, riportano alla mente i corpi emaciati degli affamati, là dove c’era l’erba ora ci sono distese gialle che nemmeno in quadro di Van Gogh (e no, non è grano), sulle nostre teste troneggia una cappa di smog che ci rammenta che sì, respirare può essere anche molto innaturale e faticoso.

E i negozi aperti: anche in pieno centro, ormai da anni, si susseguono, impietose, distese di negozi chiusi, davanti alle serrande dei quali i mendicanti, sempre più numerosi, hanno eletto il loro domicilio. La crisi ha picchiato duro, nella mia Torino, non risparmiando neppure i marchi storici (e stendiamo un velo sulle fabbriche).

E molte altre cose, grandi e piccole, che trovi solo in un posto e in nessun altro al mondo.

Il proliferare degli eventi culturali e l’avvento di un po’ di turismo, non hanno potuto, purtroppo, sopperire. Si può forse sopperire, d’altronde, alla scomparsa del lavoro, del clima tipico, delle eccellenze locali, del paesaggio naturale per come lo conoscevamo? No, non si può.

Troppo è stato tolto alla mia bella città, un po’ dal Fato avverso e molto dalla mano dall’impudente mano dell’uomo, e ho come l’impressione che non sia più possibile tornare indietro e riavere quel che si è perso. Ma questo capita spesso, nella vita.

Torino è e sarà per sempre la mia città, ma arriverà, presto, il giorno in cui smetterà di essere casa mia.

“Cambia il clima nel tempo

cambia il gregge del pastore

è così che tutto cambia

ed è strano ch’io non cambi”

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