Più cinema per Carlo Verdone

di Nicolò Venturen

 

Si è tenuta ieri sera (il 2 ottobre, ndr) a Torino l’inaugurazione del progetto “Più cinema per tutti”, rassegna che presenta nove film di Carlo Verdone, di cui sette accessibili a spettatori non vedenti e non udenti.

Proprio la presenza in sala del regista è stata il motore e la spinta di quello che si spera possa essere il primo di altre iniziative simili.
Si è percepito davvero molto entusiasmo da parte del pubblico, così tanto da spingere Verdone non solo a lodare ripetutamente il progetto ma a prendersi l’impegno di parlarne a produttori e amici che “purtroppo” fanno i ministri. Le sue sono sembrate parole sincere e non solo frasi di circostanza.
Sincera è stata la sua voglia di raccontare e raccontarsi come un fiume in piena. Si è infatti stupito di essere stato scelto con tutti i bravi registi che ci sono.

Si è quindi passati alla sua formazione e all’influenza di un padre così importante – il critico Mario Verdone – che prima di essere un uomo di cinema è stato per lui un educatore. Un giorno alla settimana portava il figlio a vedere i film western. Quando c’erano le sparatorie – ricorda Carlo – come in preda a raptus, si alzava e mimava le “pistolettate” all’americana. In queste uscite ha inoltre scoperto quanto conti la fisicità nella commedia grazie a Jerry Lewis.
A diciannove anni ricevette in regalo la tessera del cineclub romano Filmstudio. Da lì la svolta.
Per più di un anno, sei giorni su sette, scoprì il cinema underground degli anni ’60 oltre a registi importanti come Lubitsch e Peckinpah.
Non si è tirato indietro neanche quando ha dovuto (ri)-raccontare ai presenti in sala una storia nota a tutti. Ovvero quando il padre, allora professore universitario, lo bocciò al penultimo esame prima della laurea perché non voleva che sembrasse un favore familiare. E poi tutti gli assistenti erano ammalati.

La parte più sorprendente a sentirla adesso, riguarda l’inizio della sua carriera da regista. Un sacco bello fece il botto: recensioni entusiastiche e un premio ai David di Donatello. In Bianco, rosso e verdone, la critica lo accusò subito di essere in regista da “macchietta”. Così, nonostante il successo, anche se minore dell’esordio, si ritrovò improvvisamente senza più un produttore disposto a finanziarlo. Passò quelli che furono i tre mesi più duri della sua vita, sua moglie andava a lavorare e gli diceva: «Tu che fai, non vai a lavorare?». Sentendosi perso, chiese di poter fare da assistente al suo docente di Storia delle Religioni visto i suoi buoni voti. Questa volta fu il destino a mettersi di mezzo quando scoprì che il professore si era suicidato.
Rischiò di andare incontro ad una crisi mistica. Pensava: «Come mai si è suicidato? Avrà studiato le religioni e scoperto che dietro non ci sta niente. Stavo entrando in un territorio pericoloso».

Fu solo grazie al produttore Mario Cecchi Gori che ebbe un’altra chance. Gli chiese infatti di realizzare una commedia senza macchiette («e meno male!»). Si giocava letteralmente la carriera, perché doveva dimostrare di sapersela cavare incentrando il film su un solo personaggio. Il resto è storia: Borotalco è una commedia degli equivoci che funziona benissimo e molto furbescamente permette a Verdone di utilizzare lo stesso la sua abilità nello sdoppiarsi.

È ora di salutarsi ma l’autore romano si concede ancora per un’ultima domanda. Gli viene chiesto come mai il suo secondo film abbia un finale così drammatico. «È vero» dice lui. «Un critico de La stampa mi definì il “melancomico”. Sono d’accordo con questa definizione».

Il perché siano presenti elementi più seri nel suo cinema, dipende dal suo vissuto. Anche per questo aneddoto usa il registro agrodolce, proprio come nei suoi film. Nella sua famiglia c’era una donna di servizio, credeva che fosse sua zia. Era molto attaccata alla famiglia e quando morì il giovane Carlo non mangiava più e si nascondeva nelle cassapanche. Sono cose che fanno parte della vita, la morte può arrivare da un momento all’altro. Quel finale era l’unico possibile, il più coerente per il personaggio, non di certo una scelta per fare l’autore.

Anche se non c’era più tempo, l’ultima domanda ha regalato la risposta più bella. Scherzi del destino.

 

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