“Houston, abbiamo un problema”….il corpo delle donne

di Dalila Giglio

 

Sì, ancora. Non storcete il naso in segno di disappunto, non smettete di leggere l’articolo per protesta, perché no, questo non è l’ennesimo pezzo femminista e buonista. È solo una riflessione di una donna sulle donne, o meglio, sul fatto che il corpo femminile, nonostante il XXI secolo, le lotte del ’68, l’emancipazione, continua a costituire un problema. Per loro stesse e per gli uomini.

Se state pensando che sto per dire cose trite e ritrite e di scarsa importanza…sì, forse non vi state sbagliando del tutto, ma se le donne continuano a non vivere bene con il loro corpo e gli uomini a non rispettarlo, se non a umiliarlo, offenderlo, violarlo, annientarlo, allora, forse, così poco rilevanti non sono. O forse non sono state ripetute realmente sino alla noia.

Del resto, vi sembra forse trascurabile il fatto che una discreta percentuale di donne -diverse fra loro per età, provenienza, titolo di studio, professione, convinzioni politiche e religiose, ma concordi nel definirsi esteticamente “normali” – desidererebbe avere un corpo più snello, atletico e privo di qualsivoglia imperfezione estetica?

E la facilità con la quale le donne che lavorano con il corpo accondiscendono a esibirlo in condizioni di semi nudità o di nudità quasi integrale, e in pose audaci, nelle pubblicità, nelle foto e nei film, pur sapendo che ciò le farà apparire agli occhi dei più dei meri pezzi di carne, vi appare semplicemente come una delle conseguenze naturali dell’emancipazione femminile?

E l’ostinazione di quelle donne che, pur avendo superato i vent’anni da un pezzo, se ne vanno in giro, sfoggiandoli con la stessa sfacciataggine di una lolita e nelle circostanze e nei luoghi più disparati, indossando capi di abbigliamento pensati per le adolescenti, pensate che vada considerata niente di più che una colorita forma di “riscatto sociale”?

È evidente che non sia così, che dietro a tutto questo esibizionismo sfrenato, a questa femminilità urlata, a questo desiderio di rasentare la perfezione estetica, si celi un malessere, un rapporto irrisolto con il proprio corpo, un insolubile conflitto tra quello che il fisico è realmente, quello che si vorrebbe che fosse e quello che si suppone dovrebbe essere per soddisfare le aspettative altrui e i canoni estetici predominanti. Un dissidio che si traduce in un’insoddisfazione costante nei confronti del medesimo, che finisce per essere mal vissuto a prescindere.

Non lo vivono di certo meglio gli uomini, il corpo femminile: quel corpo così “invitante”, così ricco di forme, così conturbante, una “fonte di desiderio ancestrale”, come l’ha definita recentemente un politico non troppo noto…come resistergli? Come resistere all’impulso di farlo proprio, di limitarne la libertà, l’autodeterminazione?

In fondo è un corpo che dà la vita, quello delle donne; e un corpo che dà la vita, può forse essere autonomamente gestito da chi lo detiene in piena libertà?

È legittimo che le donne possano sentirsi libere di disporne a loro piacimento, senza dover essere giudicate per questo?

Questi sembrano essere i pensieri che albergano, purtroppo, nella mente di un numero sempre maggiore di uomini, giovani e anziani, colti e incolti, abbienti e spiantati.

Non c’è nulla di ovvio, non c’è nulla di scontato, in tutto questo: a quasi 50 anni dal Sessantotto sono cambiate tante cose, ma non la problematicità che il corpo femminile reca con sé. Quella non è stato possibile debellarla.

Oggi meno che mai, nessuno dei due sessi sembra ancora capace di vivere bene il corpo della donna, seppure per ragioni completamenti differenti, e di rispettarlo appieno.

Se non è un problema questo, cara Houston.

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