Avere trent’anni (oggi)

di Giuseppe Lupoli

Dal 2004 al 2007, su Mtv andò in onda una serie di diversi documentari dal titolo “Avere Ventanni” sul mondo, gli interessi ed i sogni dei ventenni dell’epoca che si raccontavano davanti ad una telecamera. Avere vent’anni significa provare le prime esperienze e immaginare il proprio futuro. Fu un bell’esempio di tv intelligente, che parlava di un passaggio importante della vita di un individuo.

Da adolescente, in quel periodo in cui andare al cinema da solo è un modo per sentirsi grande, vidi due film che mi colpirono molto, nonostante fossi un ragazzino e tante sfumature non potessi coglierle bene. In ordine di uscita: “Santa Maradona” di Marco Ponti e “Casomai” di Alessandro D’Alatri.

Il primo film parlava delle vicende di una coppia di amici che dovevano diventare grandi e cercavano, faticosamente, di trovare una loro sistemazione lavorativa e nel mondo. Uno si “sbatteva” tra un colloquio e l’altro, ma con scarsi risultati. L’altro poltriva e viveva tutto in modo indolente. Un film che predisse bene, il mondo d’oggi.

L’altra pellicola, che invece narrava la storia di una giovane coppia di trentenni che, realizzati sul lavoro, con un sentimento forte che li legava e la nascita di un bambino che coronava il loro rapporto, sembravano una coppia perfetta. Proprio con  il lieto evento  iniziava a cambiare la situazione; l’economia famigliare iniziava a peggiorare, le incomprensioni tra i due crescevano e il tradimento di lui peggiorava inevitabilmente le cose. Questo film faceva capire che anche da una buon punto di partenza, un impiego sicuro ed un bel rapporto con il proprio partner, la situazione può peggiorare e che le influenze esterne di parenti, amici e colleghi non sempre danno un apporto positivo, anzi.

Con i miei occhi di quattordicenne, quel mondo mi sembrava lontanissimo. Non riuscivo neanche ad immaginarmi a trent’anni. La crisi economica era ancora abbastanza lontana e, all’epoca, mi avessero chiesto come mi sarei immaginato all’età dei protagonisti, avrei risposto, senza esitazione, non per superbia (chi mi conosce lo sa), che mi sarei visto con un lavoro sicuro e con la possibilità di fare, liberamente, delle scelte nella vita privata.

Adesso, causa precarietà lavorativa e tutto ciò che da essa ne deriva, come ad esempio l’incertezza nell’immaginare il proprio futuro, avere trent’anni significa avere vent’anni per le generazioni che ci hanno preceduto. Il lavoro stabile è spesso un’utopia ed anche i rapporti interpersonali possono essere precari ed incerti.

Abbiamo visto tutti come le cose sono andate negli ultimi anni. La mia generazione è diventata quella dei “bamboccioni”, come qualcuno ha avuto la faccia tosta di definirci, che vivono con mamma e papà, quasi fino all’età degli “anta”. Oggi, un uomo od una donna di trent’anni viene chiamato ragazzo e, spesso, suo malgrado, può pensare poco o nulla riguardo il suo futuro e i suoi progetti di vita, ma può a “progettare” la pizza con gli amici o la birrata in compagnia. In poche parole, cose da ventenni.

Oggi, io compio trent’anni e capisco benissimo questo problema, anche perché vivo come tanti questa situazione. Trentenni che vivono e immaginano il mondo come i ventenni. Anni e anni di impegno per creare un sistema che ci fa sentire sempre dei ragazzi…

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