“Le scelte che non hai fatto”: la recensione

di Dalila Giglio

 

Diciamolo subito: Le scelte che non hai fattonon è uno di quei libri dopo aver letto i quali penserete che la vostra esistenza non sarà più come prima.

 

E’ un testo gradevole, che si legge facilmente e che possiede un gran potere distraente, caratterizzato da una prosa leggera, a tratti scanzonata, e spiccatamente femminile.

 

A dispetto del titolo, che lascia presagire un contenuto greve, “Le scelte che non hai fatto” è un volume lieve e vitale, ricco, però, di spunti di riflessione sull’esistenza tutt’altro che banali e superficiali.

 

Olivia, Viola, Lisa, Margherita, Orsetta, sono le donne delle cui vite l’autrice, Maria Perosino, ci rende partecipe, raccontandoci come si sono svolte e come si sarebbero potute svolgere -senza esimersi dal narrarci parte della sua- se, poste di fronte ai bivi cruciali delle loro esistenze, avessero seguito l’altra strada, quella che non hanno percorso perché le convinceva solo per il 49%. A tale percentuale la scrittrice dà il nome di “fattore 49%”, intendendo con tale espressione tutto quello a cui, facendo un determinato tipo di scelta, si rinuncia e che, di conseguenza, ci si lascia indietro, ma che, nonostante questo, continua a camminare con ciascuno di noi, pronto a saltare fuori alla prima occasione, magari sotto forma di nostalgia.

 

Il medico che non siamo diventati, il figlio che non abbiamo avuto, il partner che abbiamo lasciato andare, l’emigrazione che non abbiamo avuto il coraggio di compiere, tante sono le nostre vite non vissute, le nostre esistenze al 49% che ogni tanto tornano a bussare alla nostra porta, magari solo per farci un saluto, per ricordarci ciò che saremmo potuti essere, per farci presente che quella parte di noi esiste ancora, anche se l’abbiamo accantonata e abbiamo smesso di alimentarla, e con noi rimarrà sino alla fine dei nostri giorni.

 

Le esistenze di cui ci narra la Perosino (disgraziatamente scomparsa pochi giorni dopo l’uscita del libro) sono esistenze piene, complete, di donne realizzate sebbene consapevoli del fatto che la loro vita sarebbe potuta essere completamente diversa anche solo modificando un piccolo dettaglio, disposte a raccontarsi completamente dinanzi a una pietanza gustosa e a un bicchiere di vino.

 

Il cibo gioca ruolo fondamentale nel testo, in quanto rappresenta il trait d’union fra la vita dell’autrice, quella delle donne che racconta e l’esistenza stessa, della quale il cibo rappresenta uno dei massimi piaceri. Altro elemento fondamentale del libro è rappresentato dalle frequenti digressioni, tra le quali spicca quella incentrata sul Museo degli amori finiti di Parigi, in cui gli ex amanti possono portare gli oggetti acquistati in comune nel corso della relazione dei quali non intendono sbarazzarsi, in modo da poterli andare vedere di tanto in tanto, in memoria dei bei momenti trascorsi insieme quando fra loro ancora regnava l’amore.

 

Il viaggio dell’autrice nelle vite altrui si conclude, dopo un susseguirsi di storie, cene e visite dalla dietologa-psicologa, con un’importante presa di consapevolezza: le vite che, per varie ragioni, non abbiamo vissuto non dobbiamo cercarle nelle esistenze degli altri, di coloro che hanno fatto scelte opposte alle nostre, poiché ciascuno di noi ha una sua vita, fatta anche di quel 49% di esistenza non vissuta, e tutti dovremmo imparare ad accettarla e apprezzarla così per com’è.

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